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30 e lodela vita,l'amore e gli esami |
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September 30 capitolo 7
7. La magia più grande
Fa uno strano effetto guardarsi riflesso in una vetrina mentre cammini per strada. Certo, tutto dipende, in gran parte, dallo stato d’animo che hai… ..A volte sei distratto, ti vedi lì e pensi alla strana forma che hanno assunto i tuo capelli: ricci indomabili maltrattati dal cuscino,mitigati da pettine e schiuma e stravolti da un venticello che puntualmente soffia. Altre volte ti vedi riflesso e ti fermi per qualche istante. Osservi, guardi te stesso…allora pensi che forse sei come tanti altri: prima pieni di idee e fervore, con le tasche vuote e lo stile alternativo, dopo con le idee che son rimasta idee, le tasche sempre più vuote e lo stile alternativo che lascia il posto al giubbino dell’Upim, che hai preso solo perché lo hai visto uguale a uno!… …Ci sono volte, invece, che mentre ti guardi riflesso lì in quella strada tra la gente, ti riconosci…Sai chi sei! Lo sai perché sai distinguerti… Sai che hai dei sogni che crescono con te e che ti sforzi di alimentare ogni giorno con passione nuova…Sai che sei capace nel lavoro che fai: sia che si tratti di scrivere il volantino di una finanziaria o lo slogan portante di un’intera campagna promozionale…sai che sei circondato da gente che ti vuole bene…ciascuno a modo proprio: l’amica iper protettiva,il coinquilino brutale,il capo ambizioso e vizioso,la tua NON ragazza che c’è,non c’è, torna e poi riscappa,la mamma che dice sempre Sì anche ai capricci che fai da adulto… Sai come sei e cosa sei…Sei orgoglioso delle volte che hai amato perché l’amore fa parte di te,è il tuo motore,anche quando soffri a causa sua…Sei vivo, perché sai stupire, quando vuoi, anche chi non hai mai creduto in te in quella cazzo di facoltà…Sei forte perché dei dolori che hai sopportato in ventitre anni di vita porti ancora cicatrici per non dimenticare…
Il treno in corsa di quei pensieri passò in fretta e Luca si diresse verso l’auto posteggiata pochi passi più avanti della vetrina. Erano le undici di sera ed aveva appena chiuso il portone del palazzo in cui era l’ agenzia. Il viale Vittorio Veneto illuminato brillava più del solito quella sera, ma era pressoché deserto come ogni lunedì che si rispetti. Luca era stanco, non aveva dormito granché la notte scorsa per le rumorose chiacchierate post-sesso che Mirko e Valentina si facevano nella stanza accanto. In quel momento provava, senza vergogna, un misto di felicità e invidia per l’amico. Mirko adesso aveva ciò che voleva: la ragazza dei suoi sogni sotto lo stesso tetto e nello stesso letto! Erano fatti l’uno per l’altra quei due e forse sarebbero durati. Sono due stronzi abbastanza dolci per restare insieme una vita intera! Com’è possibile che due freddamente razionali e cinici, malinconici d’indole quando stanno assieme diventano dei pazzi che sprizzano buon umore da tutti i pori?!... E’ come nell’orologio di cui parlava nonno: ogni piccolo dentino dell’ingranaggio corrisponde allo spazio dell’ingranaggio che gli sta vicino…Non importa se uno dei due ingranaggi è più grande e uno più piccolo, se sono identici o di marca diversa…conta solo che quell’incastro funzioni per far girare tutto a meraviglia…Il nonno spiegava così l’amore, l’amore quello che sopravvive alla guerra, alla lontananza, alla fame… L’amore vero! Quello da cui dipendono felicità e malinconia… L’amore vero che effetto fa? Non lo ricordo più! Dov’è il mio ingranaggio gemello? Quello che fa girare tutto a meraviglia? Dov’è?... Avrebbe preferito che suo nonno avesse fatto il mago anziché l’orologiaio…Forse così gli avrebbe insegnato come far apparire una donna innamorata e da amare… o forse gli avrebbe semplicemente detto che l’amore vero è il più grande e difficile di tutti i trucchi. Luca l’amore lo elemosinava, da sempre. Pamela aveva mandato due sms in quattro giorni da quando era andata via. Nessuna chiamata, solo messaggi semplici, poco sentiti, distanti. Distanti come lei. Lui non ci pensava molto, la mole di lavoro gli occupava tempo e neuroni. Solo la notte, quando voci e rumori erano nulli, i suoi occhi neri e profondi da donna misteriosa gli sembrava di sentirli addosso. Adorava addormentarsi lasciandosi cullare da quel ricordo.
Un’ora. Ho solo un’ora per parlare col professore e poi tornare in agenzia da Fabio! Ha ripreso a lavorare più di prima…Forse si sente in colpa per Vito! In fondo è stato investito mentre correva da lui: visto che al telefono era irreperibile poteva solo essere stanato a casa…Un’auto che non rispetta uno STOP e puff…Una brutta caduta sulla gamba destra,un Ducati multi strada che scivola per parecchi metri sull’asfalto…Un quarantasettenne che frigna come un bambino quando lo portano al pronto soccorso…Adesso è più rompiballe di prima! Non ha voluto rinunciare alla campagna per il centro commerciale…E noi adesso dobbiamo farci il mazzo…Ogni sera in ospedale lo relazioniamo su quanto fatto……Ma dove cacchio è quest’aula 264? …ma quella…quella è… “Manuela?” Il flusso di pensieri di Luca fu interrotto dal viso familiare che gli veniva incontro nell’interminabile corridoio della facoltà di lettere. La ragazza rispose con un sorriso gentile. “Ehi, Luca! Non ci vediamo da un po’…Ma non vieni più a lezione?” Luca sconfortato cercò di spiegare. “Purtroppo devo lavorare! Non so nemmeno se riuscirò a darla linguistica…Troppo difficile per capirla da solo…” “Se vuoi posso passarti gli appunti…Io la seguo sempre,ho iniziato pure a studiarla…” “Beh grazie…Dovrei pure trovare tempo per leggerli…” Manuela cercò di rincuorarlo in un modo che sapeva di presa in giro. “Dai..non fare così,tanto a te manca poco no?! Se riesci a dare questa materia poi vai dritto filato verso la tesi…” “Se..domani!” Manuela ridacchiò e poi buttò lì una proposta. “Ti aiuto io!” “Come? In cosa?” “Con le materie…Ti relaziono su quelle che seguiamo assieme..così avrai appunti ecc…Io studierò e poi ti dirò i passaggi chiave,insomma ti faccio da precettore…” Rise Luca stavolta. “Sono messo bene allora!” Manuela si vendicò. “Ehi…guarda che è gratis! E’ un favore perché non accetti e ringrazi?!..in ginocchio magari…” Luca sospirò. “Ok dai andata!…Quando?” “Beh guarda possiamo fare il lunedì sera e il mercoledì a casa mia: le mie coinquiline sono simpatiche e tranquille non fanno problemi…! Ti farò delle fotocopie dei miei perfettissimi appunti…ok?” “Cosa vuoi in cambio?” Manuela sorrise. “Niente…per adesso! Mi fa solo piacere aiutarti…Però tu mi spieghi come funziona un agenzia pubblicitaria poi!” Luca scosse la testa. “Certo! Quando lo capirò anche io…” Manuela facendo per andarsene rinnovò l’appuntamento. “Daiiiiii! Devo scappare…ci vediamo lunedì allora! Io abito in via Vittorio Emanuele 54…Memorizza! Ciao” Luca sorrideva quasi senza rendersene conto. Quella ragazza lo metteva spesso di buon umore, eppure non sapeva molto di lei. Era simpatica e gentile,sorridente…A volte basta solo essere contagiati dal buon umore per non preoccuparsi troppo dei propri pensieri… Cazzarola! Il prof. di Filosofia…Speriamo ci sia ancora in aula… Luca corse verso l’aula 264 ma la trovò già chiusa. Tornò sui suoi passi e penso che Manuela oltre ad avere il sorriso contagioso cominciava a far danni.
L’odore di canna invase le narici si Luca non appena aprì la porta dell’agenzia. Fabio, ogni pausa uno spinello?! Ma che cazzo però…Sembriamo a Milano con la nebbia… Il venticinquenne grafico capelluto era seduto sulla poltrona girevole coi piedi poggiati sulla scrivania di Vito, nella classica posizione a metà tra l’ozio totale e il delirio di potere. Non mosse un muscolo nel vedere entrare un’altra persona nella stanza, se non nel consueto gesto di allungare in direzione del collega lo spinello, sicuro, per l’esperienza maturata negli anni, del rifiuto di Luca. Guardalo! Ha l’aria tipica di quelli che si ammazzano a cannoni: il torpore mentale a metà tra zombie e morto di sonno, l’espressione inebetita accompagnata dal verso “EH?” quando gli si rivolgono più di 5 parole insieme; la barba incolta; i capelli ricci e foltissimi in mezzo ai quali sembra si sia perso un pettine; abbinamento dei colori del vestiario inesistente… “Fabio il cliente ha chiamato. Tra due settimane ci sarà una presentazione preliminare, ok? Ora abbiamo la grafica, abbiamo uno slogan alternativo, il jingle radiofonico lo abbiamo fatto fare… Stasera andiamo da Vito e ideiamo una terza alternativa…Questi sono del Nord, va bene che l’account è amico di Vito ma non decide solo lui a quanto pare, quindi dimostriamogli che qui lavoriamo quanto loro! Ok?” Fabio, che aveva annuito per buona parte di quel discorso lo guardò per rispondergli. “Eh? Sì certo…Ok!” Luca lo guardò stranito. “Bene, vedo che hai capito.” Andiamo bene, proprio bene… Questi appena ci vedono ci prendono a calci in culo…Calmati Luca, calmati! Fai il tuo lavoro e fallo bene vedrai che sarai ricompensato… forse! Una campagna pubblicitaria di quelle dimensioni era difficile immaginarla per un professionista esperto figuriamoci per due alle prime armi, dalla loro avevano il carisma e la persuasione di Vito che, pure con una gamba sola, sapeva farsi valere sempre con i clienti. Luca lo osservò bene quelle poche volte che aveva assistito alle riunioni in cui esponeva ai clienti le loro idee di creativi: era sicuro di sé, non faceva pause nel parlare, era diretto, semplice, centrava il segno. Faceva sì che il cliente, seppur non molto convinto, finisse con l’accettare che l’idea da loro sviluppata fosse quella che intendeva l’azienda, e non si sa come ma quell’idea funzionava sempre ed i clienti ritornavano. Luca pensava che quella fosse la forza e la fortuna di Vito: quel carisma innato, forse l’unico talento che aveva.
SPESA DOLCE SPESA. COME SENTIRSI A CASA!
Vito lesse lo slogan senza dire niente. Era sdraiato su quel letto da due giorni, il giorno dopo lo avrebbero operato e sarebbe dovuto stare con le stampelle per un mese circa. Girò dapprima uno sguardo vuoto verso il neon sopra il letto, poi guardo la piccola tv posta su una mensola rialzata che trasmetteva immagini mute, infine posò lo sguardo sulla minestra di Salvatore, il suo compagno di stanza ottantenne che si era rotto il polso mentre giocava a briscola con gli amici. Ad un tratto guardò Luca. “Mi piace…Ci siamo! Però, puoi fare di meglio.” Luca replicò scettico. “Vito, di meglio? Come faccio di meglio? Non è facile. Devo pensare a qualcosa di corto e facile da leggere per i cartelloni, di facile da ricordare per le radio…Qui ci vuole uno strategic planner e basta! Lo sai anche tu…Non sono mica un mago io!!!” Vito si tirò su poggiando i pugni ai lati del letto e sollevandosi facendo attenzione a non muovere la gamba. “Ma che strategic della minchia! Qui ci vuole uno che pensi…Vi pago per fare questo…Ce la faremo se non ci portiamo sfiga da soli e se ci credo io che sono in un letto di ospedale potete crederci pure voi, cazzo!!!” Fabio annuì convinto, Luca era perplesso ma le parole di Vito nel bene o nel male gli facevano sempre effetto. Ok, dobbiamo pensare? Spremiamoci..da oggi in poi si sfogliano riviste, si naviga per cercare idee… Salutato Fabio e congedatosi da Vito, Luca sfrecciò verso casa. Erano le venti e finalmente, dopo un paio di cene a base di schifezze di rosticceria, avrebbe potuto cucinarsi un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino come era nei diritti di un bravo single. Entrò le chiavi di casa nella toppa ed entro rumorosamente a casa. Posò portafogli, orologio, chiavi sul mobile dell’ingresso e si diresse famelico verso la cucina. Valentina e Mirko avevano imbrattato tavolo e vestiti di farina e sorridevano. Luca si fermò sulla porta ad osservali per un po’. Quei due si amavano e non lo pensava solo perché era in una fase della vita malinconico- invidiosa, era lampante anche ad un cieco quello che provavano quei due. Valentina era lì da nemmeno una settimana, aveva lasciato quell’uomo, quella casa e tutto ciò che non le apparteneva più. Era felice, rideva e stava vicino a qualcuno che sapeva chi era e com’era davvero. Anche la casa sembrava essere diversa, forse è vero quello che dicono che quando in una casa c’è l’amore sembra più bella! Oddio!Il ventilatore fa ancora rumore e lo scarico del water non funziona sempre sempre…però… Luca non poté fare a meno di sorridere, senza nemmeno sapere il perché, quando, non avendolo ancora notato, i due si baciarono teneramente. Allora lì intervenne. “Ehi prima che vi venga qualche idea stile 9 settimane e mezzo con la farina sul tavolo ecc..Io sono qui eh?! e su quel tavolo vorrei mangiarci!” Valentina e Mirko lo guardarono e scoppiarono a ridere dall’imbarazzo.
March 15 capitolo 66. Un giorno è solo amore,il giorno dopo spero…
La matita scorreva distratta e lenta sul banco dell’aula. Gli occhi verdi persi su quelle lettere che la sua distrazione aveva automaticamente prodotto. Occhi verdi su quel nome, il suo: Rosi. Un film che aveva già visto,centinaia di volte. Erano i tempi del liceo,lei era poco più di una ragazzina e le cose non erano certo più facili di adesso. Lo conosceva bene quel film fatto dello scorrere distratto di una matita su un banco. La fòrmica verde subiva il lento supplizio dell’usura di un anima. La sua. Uno stato d’animo che aveva imparato a conoscere. Un film che rivedeva puntualmente ad ogni litigio con qualcuno a cui teneva. La rabbia iniziale,l’orgoglio,la delusione,il pianto fino a svuotarsi e la rassegnazione. Non importa se fosse per Enrico,al liceo, e per Luca adesso. Il lento rituale di chi si fa del male resta immutato. Lo stesso. Era sempre lo stesso,il medesimo film.
KE HAI?
Claudia si intromise con la propria matita sul banco, ad interrompere il suo flusso di pensieri e il suo distratto scarabocchiare. Rosi la guardò. Strinse le spalle e col viso le fece cenno che non aveva niente.
KE KAZZO HAI RO’?
Insistette Claudia. Era diretta a volte, dolcissima e forte. Teneva tantissimo a Rosi e sapeva che da qualche giorno aveva qualcosa. Rosi sorrise stupita dell’eloquenza di quella domanda su quel banco. Claudia fece la solita faccia sospettosa. Arricciò il naso e la scrutò buffamente. Rosi le fece cenno di uscire. Entrambe, cercando di disturbare il meno possibile, chiesero silenziosamente permesso ai malcapitati della loro fila che tirarono indietro le gambe per farle passare. Il prof. ,intento in una delle sue solite annoianti digressioni sull’illegittimità costituzionale di alcune leggi, non badò al piccolo trambusto che fece la porta nell’aprirsi. Il giardino di villa Cerami era assolato. Faceva un po’ caldo ma all’ombra un venticello gelido dava fastidio ai più sensibili. Rosi e Claudia diedero un occhiata alla loro solita panchina. Quella delle discussioni serie,dei pareri importanti e delle confessioni impensabili. Era libera. Rosi restò in piedi, a metà tra l’ombra, che la tettoia del piccolo gazebo in stile barocco faceva, e il Sole. Claudia, accendendo l’immancabile Malboro light, ruppe il silenzio. “Luca?” Rosi, sospirando, la fissò con l’aria di chi non si sorprende più di nulla, sapeva che aveva scritto in fronte Incazzata col mondo e che la sua migliore amica non poteva fare a meno di notarlo, ma sapeva anche che l’incazzatura col mondo era dovuta al fatto che l’aveva solo con Luca. Il mondo non c’entrava, era solo Luca, l’amico a cui voleva un bene dell’anima. Tutto qui. Claudia interpretò il suo sguardo come un silenzio-assenso e proseguì. “Che è successo?” Il fumo dalle labbra di Claudia si spargeva,perdendosi verso l’alto,sotto lo sguardo sfuggente di Rosi. Avrebbe voluto essere quel fumo forse,per sfuggire a quella domanda. Sbuffò, come sempre quando le domande che le porgono sono esattamente quelle a cui non vuole rispondere. Incrociò le braccia e prese a guardarsi le punte delle scarpe. Claudia prese a fare l’insistente con l’aria da bambina dispettosa e impicciona, con gli occhietti furbi. “Avete litigato? Di nuovo. Dai…Rò…” Così facendo strappò un sorrisetto all’amica che intanto aveva preso a giocare coi sassolini che aveva sotto le suole. Poi alzò lo sguardo. “…E’ uscita la solita storia…di lui che insegue solo ragazze che lo fanno soffrire e per colpa loro non combina niente di buono…Tutto qui Cla..” “Beh lo sai no?” Rosi non la seguiva. “Cosa? Che chiariremo?” Claudia sorrise stiracchiandosi,lontano da occhi indiscreti, sulla panchina. Rosi continuò. “Lo so che chiariremo…fino a quando? Fino al prossimo litigio?..No,io lo so: lui ed io siamo inconciliabili…Lo so!” “…Però gli vuoi un bene dell’anima,come lui ne vuole a te…e quindi chiarirete,magari litigherete ancora…ma non sareste voi se non succedesse…” Rosi le si mise accanto e, scuotendola la testa, proseguì. “Allora non hai capito Cla..Io non ce la faccio più a litigare così,con lui…Ci sto troppo male…e succede tutte le volte!” Claudia sbottò di colpo. “Tutte le volte,tutte le volte…tutte le volte che c’è di mezzo una ragazza!…Ecco la verità…” Rosi sbiancò e guardò sorpresa l’amica. “Ma che dici Cla?! Non c’entra niente questa ragazza!…” “Ro’…Ti conosco da tanti anni e di tutti i ragazzi che ti sono avvicinati in amicizia Luca è sempre stato quello a cui ti sei affezionata di più…Vi abbracciate spesso,siete affettuosi…Dai…Non dirmi che in questo anno e passa che vi conoscete……” L’amica stavolta arrossì. “Cosa? Dove vuoi arrivare?” Claudia vuotò il sacco. “…Dai! Non ci credo che un pensierino non lo hai mai fatto su voi due…Stareste bene assieme…” Rosi restò interdetta. “Ma tu sei pazza! Siamo solo amici…” L’altra non mollò,la conosceva troppo bene. “Ok siete amici…Con tutti i tuoi amici ti senti ogni giorno? Tutti ti mettono di buon umore non appena li senti? Tutti ti fanno star così male dopo averci litigato?” Rosi restò zitta. Sapeva bene che quella discussione avrebbe aperto quella parte di lei che finora non aveva mai avuto il coraggio di far venire fuori. Claudia le si avvicinò,la guardò in faccia. “Ro’..Vi osservo da qualche mese…Luca è un bravo ragazzo,simpatico, anche dolce quando vuole…Ti piace,si vede…E lui può essere preso da questa tizia quanto vuoi,ma tu sei un’altra cosa…ci tiene a te…lo sai…Perché non provi a fargli capire che….” “Non devo far capire niente a nessuno! Siamo amici,Cla. Punto e basta!Torno in aula…” Rosi si alzo di scatto mentre Claudia la guardò pensierosa mentre si allontanava sui sassolini del cortile. Rosi seguì la mezzora seguente di lezione con la mente che vagava in territori mai esplorati. Claudia aveva fatto centro e lei per la prima volta sapeva di non avere il controllo su di sé,su quello che sentiva… Non posso,non posso…Claudia non può avere ragione,non posso essere gelosa di lui…non può mancarmi terribilmente come adesso…Non lo so cosa mi succede…Lui sa farmi ridere,sa tirarmi su quando sto male,sa apprezzarmi per quello che sono…Mi piace averlo vicino ma… Mi vede come un’amica,solo un’amica…Lo so,lo sento,lo vedo… Io sono un’altra cosa,Claudia? Sì,sono quella che non potrà mai essere come Pamela…Lui ama lei ed io sono ROSI,solo questo nella sua testa e non riesco a fare niente di più per cambiare le cose…
Ci sono mattine un cui alzarsi dal letto sembra lo sforzo più grande che si possa fare in vita. Luca era infilato sotto il piumone,in simbiosi col suo cuscino,con gli occhi semi aperti a fissare nella penombra delle persiane abbassate il verde di un Heineken vuota rimasta lì sul comodino. La notte scorsa era stata dura. Era stata troppo dura dover sentire che Pamela se ne andava,che magari si potevano vedere qualche volta...che… Cazzate! Cazzate Pamela…Cazzate che tornerai e mi chiamerai…Cazzate che mi penserai…Cazzate che in meno di una settimana non sarai già andata a letto con qualcuno…Sì perché tanto a me rode solo questo no? Che ti fai un altro...Forse! E’ la fissa idiota di tutti i maschi no? Vogliamo essere sempre i soli ed unici,i migliori che voi donne abbiate mai avuto tra le cosce…Ed è così,cazzo…Sempre o quasi! Ma i sentimenti Pam?! Tu ce li hai i sentimenti? Li provi ogni tanto? Non parlo del bacino sulla guancia che mi hai dato ieri…compassionevole…affettuoso…come quello che si da ad un fratello o un cugino! Parlo dell’amore…cazzo! Come fai Pam?! Come minchia fai a darmi un bacetto,quando due sere fa mi stavi sopra e… scopavamo si,tanto per te non fa differenza il termine!…Dimmelo Pam: sono uno di quei 30 io, no? Sì, sono solo questo…Magari solo uno di quelli a cui hai voluto più bene…Bella consolazione! Avanti il prossimo…il mio turno è scaduto…
Elisa era seduta in quinta fila. L’aula era abbastanza piena come tutte le lezioni di architettura del microprocessore, una materia che faceva paura solo a vedere il libro: un mattone di colore rosso,per giunta,che pesava un chilo e passa. Mirko entrò stremato,vestito come la notte prima,sbattuto, stanchissimo… Se non mi ricoverano oggi non lo fanno più! Pure la lezione del bastardo mi devo seguire…speriamo solo che Elisa non ci provi pure oggi perché sento di essere senza difese immunitarie e ho paura di fare cazzate… Un sms gli arrivò mentre chiedeva permesso per raggiungere il posto accanto ad Elisa.
SEI LA COSA Più BELLA CHE MI SIA CAPITATA NELLA VITA…BACI,LA TUA VALE J
Un sorriso diede tono al colorito bluastro di Mirko mentre si avvicinava all’amica,che aveva stampato in volto uno strano sorriso indagatore. “Chi era?” Mirko rispose posando il cellulare in tasca. Ma i ca…fatti tuoi mai vero?! “No,ehm…era Luca…mi avvisava che a pranzo non c’è. Come va?” “Ti aspettavo,mi annoiavo…Come stai? Hai l’aria stanca..” “Eh..si,ho dormito poco e male!” “Mi spiace…Se vuoi dopo pranziamo assieme,cucino io!” “Eh no sai? Credo che andrò a casa a riposare…non ho proprio fame…” “Ok…stasera invece xkè no….” Il professore senza nemmeno salutare i presenti iniziò a parlare, Elisa si bloccò di conseguenza. Mirko le fece cenno che ne avrebbero parlato dopo. Sì,evvai!…stava per invitarmi stasera,menomale che l’ha interrotta… Dio c’è allora!
Faccio come un uomo Liga cantava dallo stereo di Luca. Erano le due del pomeriggio: persiane ancora chiuse e lui a letto. Era lì depresso,annoiato… Aveva chiamato Vito e si era dato malato, il capo non ci aveva creduto e infatti pomeriggio gli aveva urlato che sarebbe dovuto passare ugualmente in agenzia, “anche morto” aveva specificato il robusto pubblicitario. Non c’era voglia. Ne’ di alzarsi,né di vestirsi,né di andare lì… Credo che la mia depressione venga interpretata come cazzeggio… fancazzismo…Minchia ma se uno è depresso è depresso,ha il diritto di non fare nulla! Voglio stare a letto…tranquillo ad ascoltare Liga… Mirko entrò poco dopo nella stanza. Aprì le persiane,apri la porta-finestra,spense lo stereo. Luce ed aria entrarono nella stanza,Luca si tirò su il piumone fino alla testa. Mirko lo guardò. “Allora sono entrato in stanza perché credevo fossi morto e siccome l’occultamento di cadavere è reato… Che minchia hai,me lo dici?” Luca lo guardò tirando giù il piumone. “Pamela va a lavorare in un hotel a Taormina.” “Oh…Finalmente una bella notizia! Così la scordi,ti rendi conto che lei non ti ha mai amato,anche se trombava da Dio,e ricominci a vivere e non a fare più la pianta grassa…” “Forse…” “ Forse?! Luca mai hai litigato con Rosi e nemmeno l’hai chiamata…Dai…porca troia! Svegliati…Non puoi non vivere più a causa delle donne…Ce ne saranno altre che ti faranno star bene e star male…Lo sai! Non farmi fare il qualunquista…” “Senti io sono innamorato…” “…Ma lei no…Porca troia!...Bisogna essere in due lo sai? Fattene una ragione…” “Lei ama a modo suo…” “Non è un bel modo di amare se ti fa soffrire…e poi cazzo…Diglielo che la ami…tanto va via! Diglielo una volta per tutte…Fallo,starai meglio!” Luca si tirò su e scese dal letto illuminato. “E’ vero! Devo dirglielo…Correrò da lei stasera e glielo dirò…Fanculo a tutto! Glielo dico…e basta!” Mirko annuì. “Bravo,e Rosi? Non la chiami?” “Si,la chiamo..la chiamo dopo promesso…ma..tu come mai così allegro e scattante? Hai fatto sesso? Stanotte non hai dormito qui!” Mirko si fece solenne ma gli si illuminò il viso per quello a cui pensava. “No,devo dirti una cosa…” Luca cominciò a scuotere la testa. “Non dirmi che c’entra Valentina…” Mirko buttò fuori tutto d’un fiato prima di dileguarsi. “Viene a stare qui da noi per un po’…Ci sentiamo dopo io scappo da lei!” Luca restò senza dire una parola e continuò a scuotere la testa.
La luce della lampada sulla scrivania non bastava più ad illuminare i libri. Era autunno inoltrato oramai e le giornate cominciavano ad accorciarsi. Rosi accese la luce della sua camera,tornò a sedersi nella speranza di poter finire di leggere una pagina di diritto costituzionale prima di cena. Era sulle stesse tre righe del libro da due ore;l’evidenziatore era rimasto inoperoso,la matita aveva sottolineato qualche parola senza connessione con la successiva e aveva prodotto solo qualche scarabocchio di troppo negli infiniti minuti passati a pensare a lui. Avrebbe voluto scappare forse,per non affrontare quegli occhi scuri che la sapevano guardare e la vedevano come pochi…Avrebbe voluto scappare da se stessa da quello che provava per quel ragazzo semplice,spiritoso e dolce …Avrebbe voluto scappare da un sentimento che non conosceva bene…dalle emozioni che non sapeva affrontare,da quella paura mista a stupore che si prova quando ci si accorge di essere innamorati di un amico… Rosi voleva poter scappare e basta!… Guardò l’ora: le sette. Magari lo trovo a casa…sarà tornato dall’agenzia! Devo parlargli devo dirgli che non possiamo essere più amici…che litighiamo troppo…Si,devo staccarmi da lui,prendere tempo e scordarlo per un po’…La prenderà male,non capirà forse…ma non ci riesco a starmene così… Rosi prese le chiavi dell’auto,il cappotto ed uscì. Luca posteggiò l’auto sotto casa. Sentiva ancora nelle orecchie le urla di Vito che in agenzia inveiva contro Fabio,reo di non rispondere al cellulare da tre giorni. La campagna promozionale del nuovo centro commerciale era agli inizi e in agenzia avevano a malapena l’idea di cosa voleva il cliente. Niente schizzi,niente slogan,niente jingle…Niente! Ma lo dicevo io che non si poteva fare sta cazzo di campagna…Siamo in tre e uno per di più fa il latitante…Qui ci vuole gente esperta: uno che si occupi di grafica e abbia un certo gusto,uno che sappia montare e smontare le parole…E’ troppo per noi,è troppo per Vito,per me…No,no domani dico a Vito di rinunciare… Rosi arrivò in quell’istante e affiancò con la 500 la Punto di Luca che si arrovellava in quei pensieri. “Adesso vivi in macchina? Mirko ti ha cacciato di casa finalmente?” Luca sorrise appena la vide. “Ro’…volevo chiamarti! Come stai?” “Eh…sono stata meglio…Tu?” “Idem…sai…In agenzia è un casino e poi… Pamela va a lavorare a Taormina…Devo dirle quello che provo per lei prima che parta…Ho appuntamento con lei tra poco,domattina va via…Volevo anche scusarmi con te,non voglio litigare,lo sai solo che è un periodo…” Rosi lo ascoltò,morì dentro come spesso accadeva quando lui parlava di Pamela,ma poi rispose sincera e con un sorriso. “Lo so! Ti voglio bene anche io…ero…ero venuta per dirti che..che è passata…Dai…Non ti preoccupare! Ero nervosa pure io…” “Ro’ io ci tengo a te! Sei la mia migliore amica…Non vorrei mai….” Il trillo del cellulare interruppe il fiume di parole di Luca. “Pronto…Come?...Investito?..ma quando?...ok,arrivo! Ci vediamo lì…” Rosi restò trepidante un paio di secondi poi ascoltò la risposta di Luca. “Andiamo in ospedale…Vito ha avuto un incedente.”
February 08 capitolo 55. Cose che fanno male
Pamela adagiò i piatti sulla tavola già pronta. Era stata brava,aveva fatto tutto alla perfezione: le posate ai lati del piatto,due bicchieri di cristallo,le candele al centro. Diplomata all’alberghiero con il massimo dei voti,aveva lavorato in molti ristoranti e sognava di fare la direttrice di sala. Un bel giorno però si iscrisse all’università e si rese conto che la psicologia l’affascinava molto. In poco tempo approfondì gli studi e in pochi anni era riuscita ad essere brillantemente prossima alla laurea. Era bella e intelligente,maledettamente bella. Pamela sapeva entrarti dentro e farti male con la medesima dolcezza. Ti conquistava col sorriso sottile e dolce delle sue labbra,le stesse con le quali pronunciava dardi infuocati diretti al cuore. Ti conquistava con la sua energia e la sua vitalità,la stessa con cui scagliava le sue dirette sentenze. Ti sapeva stare vicino e farti sentire importante con la stessa semplicità con la quale sapeva mancarti. Pamela sapeva far male,senza volerlo forse.
Luca gli era davanti. Nel piatto i ravioli panna e i funghi,una bottiglia di vino rosso sul tavolo. Uno sguardo perso e una voce entusiasta di Pamela che parla. “Ti rendi conto che occasione per me? E’ un posto che sogno da tempo… Potrò laurearmi e pagarmi la specializzazione così…poi Taormina è uno dei posti più belli che ci siano…” Luca ascoltava. Non riusciva a dire niente,nemmeno una parola. Te ne vai Pamela?! E noi? Ah già non c’è mai stato un noi… Sono io il coglione che si va ad innamorare,ma dove si è mai visto un ragazzo sedotto e BIDONATO? Non sono le ragazze quelle sensibili che ci restano male,che vengono usate… E’ assurdo! Io sono assurdo…Vai Pam,vai è giusto così… Pamela sottolineò il silenzio di Luca. “Che c’è? Non sei contento?” “Sì…si,scusa…Sono stanco! Sono contento per te.” No,mi mancherai. Un sorriso di lei poco convinto cerca di consolare Luca. “Ci vedremo,lo stesso. Lo sai…” “Lo so…lo so…” Fare l’amore con lei quella sera avrebbe fatto male. Sarebbe stato come dire addio al suo profumo,alla sua pelle… Luca l’abbracciò,la baciò sulla fronte e andò via. Faceva male. Sarebbe passato prima o poi, ma adesso faceva tremendamente male.
La freccia colse il bersaglio. Il centro era poco lontano. Nove. …Non bastano buoni tiri per vincere… Ne occorre uno solo perfetto… Le parole, che qualche anno fa un veterano del tiro con l’arco gli aveva detto, risuonavano nelle orecchie di Mirko ad ogni singolo tiro “buono”. Erano passate già due ore da quando aveva iniziato, ed era rimasto quasi solo lui ad allenarsi. L’arco counpondista era una passione che Mirko coltivava da qualche anno e lì dentro c’erano solo lui e il suo arco per mancini. Non esisteva nessun’altro per quelle tre ore. Niente Luca. Niente Rosi. Niente Elisa. Niente Valentina. Le gare sarebbero state tra poco più di un mese e lui si allenava tre ore tutti le sere. Non lo faceva per le gare, non aveva bisogno di quell’allenamento, ma questo lo sapevano solo lui e il suo arco. Lui era libero solo lì. Libero dai pensieri, libero dalle cose che fanno male. Nello scoccare occorreva precisione, determinazione e forza. La stesse qualità che Mirko cercava di mettere nelle cose della vita. …Non bastano buoni tiri per vincere… Nella sua specialità Mirko era bravo. Il paglione, in quella categoria di arco, aveva una tabella con tre bersagli, ognuno dei quali raggiungeva come massimo punteggio dieci, cioè il centro del bersaglio e dintorni. Facendo tre centri perfetti, cosa che succedeva poche volte anche ai grandi campioni, si otteneva il massimo punteggio: trenta e lode. Altra freccia… Nove. …….Ne occorre uno solo perfetto. Mirko preparò la terza freccia. Puntò e alzò il grilletto. L’odore della cera sulle corde dell’arco gli saliva forte alle narici, ma non lo distraeva più come un tempo, nonostante lo nauseasse ancora. Lo sguardo era fermo sul paglione. Sulla tabella. Sul bersaglio. Sull’ultimo cerchio. Sul centro. Scoccò la freccia. Dieci. ..Cazzo! Nove, nove e dieci…Ventotto… Mica male..ma non basta! Poggiò l’arco a terra per un attimo. Prese la bottiglietta riposta in un angolo e bevve un sorso d’acqua. Andò verso il paglione, recuperò la sue frecce e ricominciò di nuovo, per l’ennesima volta quella sera. I tendini del polso sinistro cominciavano un po’ a fargli male, ma non era ora di smettere, non ancora. Impugnò l’arco, prese la freccia. Dove cazzo sei Vale?! Scoccò di nuovo. Sette. ‘Fanculo! Stai con quello adesso?! Potrebbe essere tuo padre… La rabbia cresceva. La concentrazione calava. Il tremore del polso aumentava. Altra freccia, secondo bersaglio. Nove. ‘Fanculo! Quel bastardo ti tocca, sta con te, ti respira… Dove cazzo sei?! Il polso cominciava a fare male. La rabbia era in ogni freccia, in ogni pensiero, in ogni muscolo del suo corpo. Terzo bersaglio. Terza freccia. Sette. ‘Fanculo, Vale! ‘Fanculo! ..Non voglio gli avanzi di nessuno io… …e tu sei solo uno di quegli avanzi, Vale…niente di più! La rabbia diventò collera. Verso di lei, verso sé stesso. Il polso bruciava ma lui, imperterrito, continuò. Quel dolore acuto e fitto, che gli impediva quasi di tenere l’arco in mano, era la morfina ideale che alleviava ben altri dolori. I dolori dell’anima. Amore, ossessione, gelosia, odio. Un solo nome, un solo viso e un solo corpo li racchiudeva tutti. Valentina.
L’acqua in doccia non era ancora calda. Valentina non vi badò affatto, non le importava. Aprì il box ed entrò. Voleva farla subito quella doccia, voleva che lavasse via ogni cosa dal suo corpo, dalla sua mente, dai suoi occhi. Sapeva però che la sensazione di sporco, che ogni volta sentiva, non poteva sparire con una semplice doccia. Ogni maledetta volta la si sentiva come assuefatta da ciò che volontariamente subiva. Non voleva un giorno scoprirsi indifferente alla cinica routine di quell’uomo e dei suoi soldi, non voleva abituarsi ai falsi moralismi. Sapeva di sbagliare, agiva per interesse e si faceva schifo. Valentina voleva che quello star male con sé stessa potesse darle la forza per andarsene via da quel mondo di perbenismo di facciata, per andare via da un uomo che non amava e che non l’amava, “comprandola” ogni volta che stava dentro di lei. Piangeva Valentina. Piangeva tutte le volte, lì in quella doccia. Lacrime ed acqua si mischiavano, si confondevano su un viso dai lineamenti dolci. Su un corpo da modella, snello ma fragile. Terribilmente fragile come la sua anima. I suoi capelli castani bagnati dall’acqua. I suoi occhi, castani e profondi, chiusi e pieni di paura di aprirli. Aveva ventidue anni Valentina, era di buona e ricca famiglia, frequentava brillantemente il corso di laurea in scienze farmaceutiche ed era andata a vivere con un amica perché troppo coccolata a casa. Questo almeno era tutto ciò che i suoi credevano. Aveva ventidue anni Valentina, era di buona e ricca famiglia, da circa un anno non dava più esami all’università, lavorava saltuariamente come modella e viveva da sei mesi nell’attico che un notaio, suo amante, le pagava. Odiava l’odore di quell’uomo, odiava quelle mani mature che la toccavano, odiava le sua camicie e i suoi completi firmati. Odiava i suoi soldi, odiava quell’appartamento. Odiava lui e odiava sé stessa.
Mirko parcheggiò. Era l’una di notte di un martedì sera qualsiasi. Il Corso Italia era semideserto, in lontananza qualche auto sfrecciava sfruttando la larga e lunga sede stradale. Un leggero vento entrava nel suo giubbino di pelle, aperto sul davanti, e c’era aria di pioggia. Prima di citofonare, Mirko guardò il cielo: nuvole gonfie e nere non promettevano nulla di buono. Era lì. Di fronte a quel citofono ancora una volta. Poco dopo gli allenamenti aveva acceso il cellulare, stava caricando in macchina la custodia dell’arco quando gli arrivò quella telefonata. Era lei. La voce tremante di pianto. Le bastarono pochi minuti per strappargli la promessa che sarebbe andato a casa sua quella notte. Adesso. Subito. Adesso salgo e se la trovo strafatta come quella volta la porto via con me!… Me ne fotto della privacy di quel bastardo! Dello scandalo!… Lo sputtano quel pezzo di merda! Citofonò ad un etichetta senza nome. Il portone si aprì, entrò e attese l’ascensore. Occorreva un po’ per raggiungere il nono piano, ma quel tragitto gli sembrò durare una vita. Il dolore al polso si era alleviato, ma adesso ne sentiva uno alla testa. Gli scoppiava,era come un martello che picchiava da dentro il suo cranio. Non sapeva cosa volesse Valentina da lui, ma sapeva come sarebbe finita se solo avesse provato a guardarla negli occhi. L’ascensore arrivò al piano, le porte si aprirono e lei era lì, sull’uscio di casa. Scalza e in sottoveste bianca, incurante del freddo. Mirko fece pochi passi e la guardò poco prima di entrare in casa. Era bellissima. Era una bellezza fredda, inconsapevole. Era bella senza avere l’aria di esserlo. “Ti muovi per favore?..Ho freddo.” Mirko accennò un sorriso. Aveva davanti una bambina che giocava a fare la donna. Entrò, mentre lei scansandosi per lasciarlo passare richiuse la porta senza dire nulla. Le pareti bianche rendevano ancora più freddo quell’ambiente ed erano tempestate di foto in bianco e nero che la ritraevano. Erano scatti da professionista e ce n’erano decine per tutta casa incorniciate come quadri. Mirko si avvicinò ad una. Il viso di Valentina si vedeva benissimo,ed era immortalato in un’espressione che lui non conosceva, che non pensava le appartenesse. Era come se avesse gli occhi di vetro, privi di vita. Tu non sei così…. Tu sei la ragazza solare che ho conosciuto al bar dell’università, scontrandoci per caso…Sei quella che sotto la doccia non poteva fare a meno di cantare…Sei quella che mi ha gridato “ti amo” dall’ottovolante… Dove sei finita Vale?!… Valentina si accese una sigaretta e si rannicchiò sul divano di pelle nera. “Portala via, se vuoi.” Mirko si voltò con in mano la cornice. “Non si portano via le opere di un museo. Si ammirano!” Lei lo guardò aspettando il seguito. Mirko l’accontentò. “E lui che ha voluto queste foto per tutta casa?” Valentina buttò via il fumo dalla bocca e rispose. “E se anche fosse?!…A me piacciono.” Mirko si diresse verso il divano con la foto in mano e le si mise accanto. “Non è vero! Tu ti fai andare bene ciò che vuole lui…A te non piace vivere in questo museo dove lui ti ha messo! Non lo capisci? Tu sei sua proprietà…come queste foto…come questa casa piena di oggetti costosi.” Valentina si alzò senza dire nulla. Voleva fuggire da quella discussione. Una discussione che lei stessa aveva voluto e di cui sapeva avere bisogno. Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Pioveva. Restò a guardare le gocce che bagnavano il vetro mentre la sigaretta, tra le dita della mano destra, lentamente si consumava. Mirko le andò dietro silenziosamente, guardando la foto che stringeva in mano. “Cos’è questa espressione del viso qui?…che pensavi? Sembri senza vita.” Lei si voltò di scattò, come se fosse stata svegliata all’improvviso. “Sei qui per chiedermi questo?!” “Mi hai chiamato tu piangendo! Che vuoi da me?” “Voglio te…” “Smettila di giocare,Vale…” “Pensi questo?!…Io non gioco, voglio te e basta!” “Mi hai lasciato sei mesi fa senza spiegazioni…Il mese scorso mi hai chiamato e sono venuto solo perché eri strafatta e quel bastardo ti aveva lasciata sola…Adesso che vuoi?” “Io ti amo Mirko…” “Troppo tardi…Poteva funzionare solo per quei sei mesi di sesso, dolcezze e risate…Poi infatti è finita!” Mirko poggiò la foto sul tavolo e si voltò verso la porta. Valentina lo fermò con le sue parole. “Io ti amo e pure tu mi ami…Non saresti qui se no!” Mirko non si voltò e mentì amaramente. “Sono qui solo perché non volevo avere una morta di overdose sulla coscienza…” Valentina, spegnendo la sigaretta nel posacenere, sentenziò. “Non la prendo più quella roba…E’ stato solo per quella volta!” “Buon per te! Ciao…” Mirko fece tre passi in direzione della porta. Valentina gli si parò davanti, si gettò tra le sue braccia e cercò le sue labbra. “Ho voglia di te…Non andartene stanotte!” Mirko scansandola scosse la testa. “E’ così che fai con lui? Lo ringrazi per averti regalato un anello nuovo buttandoti tra le sue braccia?” “ Mi vedi così?…Come una troia?” Mirko non disse nulla. La guardò ancora, e ancora. Lei gli si avvicinò nuovamente e lo provocò. “Non dici niente?…Sono una troia, sì! Non vuoi scoparmi, Mirko?…Una volta ti piaceva farmi gridare…Scopami! Scopami!” Mirko la scansò e la fece cadere sul divano. Valentina continuò a pugnalarlo con le parole. “Cos’è non ti piaccio più?…Sono una puttana no? Non è quello che pensi? Allora scopami, Mirko…Scopami come fa lui…senza cuore, senza voglia…sbattimi come fossi un oggetto…” Un rumore sordo la interruppe. Mirko diede un pugno alla porta, procurandosi un taglio alla nocca. Poi esplose. “Cazzo! Vale…Voi questo? Vuoi che ti scopi?…” Tutto avvenne in un flash. Mirko tolse il giubbotto, lo gettò a terra e, nell’avvicinarsi al divano, slacciò la cintura dei jeans. Valentina rimase zitta, lui l’afferro per un braccio e la mise in ginocchio a terra, con la faccia contro la superficie del tavolino, si inginocchiò a sua volta, le alzò la sottoveste e la prese con rabbia. Vuoi essere scopata Vale?… Eccoti accontentata… Sei diventata una puttana…Da scopare e gettare via… Il coglione sono io che ancora ti ama… Valentina gemeva tra dolore e piacere. Mirko, investito dai quei pensieri, la lasciò subito. Che cazzo sto facendo?! Si rialzò e si rivestì in fretta. “Lasciami stare, Vale…Non provare mai più a provocarmi! Mai!” Afferrò il giubbotto da terra e aprì la porta. Valentina rimase zitta in ginocchio ad osservarlo. La porta si richiuse,senza che nessuno fosse uscito. Mirko tornò sui suoi passi quando vide gli occhi di lei inondarsi di lacrime. La prese, la portò sul divano e con un tenerissimo gesto le tolse un ciuffo di capelli dagli occhi, poi le si mise accanto. Le alzò il viso per incontrare il suo sguardo. Occhi negli occhi. Non c’era più bisogno di parole. Valentina capì ciò che lui stentava ad ammettere pure a se stesso. Continuò a piangere poi, stringendosi a lui con tutta la forza di chi vuol sentirsi al sicuro, di chi ama e vuol sentirsi amata.
La sveglia del cellulare squillò alle sette in punto. Mirko afferrò il telefonino al volo e blocco l’infernale e sgradita sinfonia. Era rimasto sveglio tutta la notte sul divano, a vegliare il sonno della donna che amava. Quella notte Valentina non volle assolutamente dormire nel letto, in quel letto ancora disfatto dalla sera prima e che sapeva di quell’uomo. Mirko prese una coperta, lei gli si accovacciò sul torace e si addormentò. Dormì beatamente e al sicuro tutta la notte. Mirko non chiuse occhio e la guardò tutto il tempo. Uno sguardo senza fine. Lui aveva sempre vissuto la sua vita senza avere il minimo rimpianto, ma quella notte aveva capito che perdere quella ragazza, che gli dormiva addosso, sarebbe stata una di quelle cose che avrebbero fatto male. Quelle che lasciano le ferite aperte per un bel po’ di tempo. Quelle di cui non si vuole mai parlare e si fa di tutto per cambiare discorso. Quelle cose da cui si scappa, dopo averle tanto inseguite. Quelle cose che hanno a che fare col cuore, e che per questo fanno male. Valentina si svegliò. Non disse niente, fece solo una cosa: poggiò le sue labbra su quelle di Mirko, sfiorandole. Lui restò zitto e la guardò alzarsi e correre nell’altra stanza. Quando lei tornò in salotto, dopo la rapida doccia, trovò Mirko addormentato sul bracciolo del divano. Lo coprì e l’osservò per un po’. Valentina stava bene adesso. Stava bene nel guardare quel ragazzo che l’amava, che l’aveva sempre amata. Si era innamorata della sua simpatia, del suo ottimismo e del suo sdrammatizzare anche le cose più brutte. Si era innamorata della sua dolcezza, della sua faccia tosta. Poi arrivò quell’uomo e lei si perse in quelle promesse di celebrità, nella sofisticata ipocrisia della gente “per bene”, nel denaro facile, rinnegando un amore semplice e sincero. Il trillo del cellulare, che annunciava l’arrivo di un sms, ebbe l’effetto di un tornado in quel romantico microcosmo che si era creato. Mirko si svegliò di colpo e Valentina smise di sognare nel guardarlo. Erano le sette e trenta, lui aveva lezione alla facoltà di informatica quella mattina ed Elisa, con quel messaggio, non poté fare a meno di ricordarglielo affettuosamente. “Cazzo…Devo scappare!” “Perché?” Perché Elisa chiamandomi “tesoro” mi ha dato il buongiorno e mi ha detto che mi terrà il posto accanto a lei… “Ho lezione…” Valentina insistette. “Beh…Saltala per oggi…Stai con me, ti va?” Si, mi va…Da morire! “ehm…E’ una lezione importante, Vale…” Sono un idiota… Valentina, sedendosi al tavolo, non mollò. “Più importante di me?” Mado’ Vale, io voglio stare con te…ora, subito, adesso, sempre! Ma… “Dai però non fare la bambina ora…Parleremo, staremo assieme..ma adesso devo seguire questa lezione…” “Quando parleremo di noi?” …quando mi libererò di Elisa… “Di noi? Presto, promesso…” Mirko rimise il giubbotto. Recuperò chiavi e portafoglio dal tavolino, si avvicinò al tavolo prendendo la foto della notte prima e la poggiò accanto a Valentina. “Tienila tu questa…Io preferisco l’originale sorridente di adesso…” Valentina si alzò a piedi nudi sulla sedia in modo da essere più in alto di lui, si chinò e lo baciò. Poi rivolse gli occhi alla foto della sera prima. “C’era lui…” Mirko non la seguiva. “Cosa?…” “Il mio sguardo nella foto è così perché in quel momento c’era lui!” Mirko le prese la mano facendola scendere dalla sedia poi l’abbraccio forte sussurrandogli all’orecchio la frase più semplice di questo mondo. ..Ti amo Valentina… “Ci sono io adesso…”
January 30 Capitolo 44. Manuela
Il sole riscaldava quasi come ad agosto, nonostante l’autunno fosse arrivato già da un po’. Qualche temerario camminava ancora in T-shirt, seppur stando all’ombra un leggero venticello richiedesse l’uso di un golfino. La facoltà di Lettere e Filosofia era strapiena: ragazzi nelle aule alle prese con le prime lezioni, segreteria studenti aperta per i ritardatari delle iscrizioni, gente con libri, cartellette, zaini e borse varie che girava per i chilometrici corridoi in cerca di uffici e aule. Fuori le panchine sotto gli ulivi, di fronte alle aule nuove, accoglievano ragazzi e ragazze…I-pod, zaini, libri, sigarette, fogli, volantini, cellulari…Un mix di voci confuse, colori, risate, odori si mischiava con l’aria, sotto l’azzurro cielo di quel giorno di ottobre. Manuela era seduta lì, su una panchina a metà tra l’ombra e il sole, rannicchiata, con le gambe portate al petto e un lettore mp3 in mano. Muoveva i piedi simultaneamente alla musica e pensando ai fatti suoi si guardava la punta delle Adidas. Capelli castani, carnagione bianca, occhi castani e profondissimi, guance con uno spontaneo colorito, labbra sottili e rosa, magra e di statura media. Era semplice Manuela, nel truccarsi così come nel vestire: scarpe da ginnastica, jeans, camicetta bianca e golfino viola. Era semplice come le cose che le piacevano: la musica italiana, la pizza, il cielo stellato, il mare quando la spiaggia è vuota e c’è silenzio, i film gialli, le storie a lieto fine, il rosa, Hello Kitty, l’aranciata, creare e cucirsi i vestiti, le margherite, il profumo di vaniglia, le montagne del suo paesino, Heidi il cartone, ma anche il soprannome che aveva da bambina… Era semplice come la sua famiglia: suo padre che lavorava per mantenerla lì a Catania, sua madre che aveva pianto la prima volta che la vide prendere il pullman e le sue sorelle che facevano a gara per parlarle quando telefonava a casa… Era semplice Manuela. Semplicemente complicata. Il lettore mp3 passò alla canzone successiva. I suoi occhi cambiarono di colpo espressione, le adidas non andarono più a tempo e i pensieri si fermarono nell’ascoltare quelle note…
“Ricorderò e comunque anche se non vorrai, ti sposerò perché non te l’ho detto mai… Come fa male cercare, trovarti poco dopo E nell’ansia che ti perdo ti scatterò una foto……”
Manuela spense di scatto il lettore. Guardò l’ora, afferrò la borsa di Hello Kitty e andò via, come se così facendo potesse lasciare lì su quella panchina ciò che quella canzone le aveva suscitato dentro. Erano quasi le dodici e stava per cominciare la lezione di linguistica.
Luca entrò in aula trafelato, spazientito e un po’ incazzato. Minchia! Un’ora per trovare parcheggio…Sono pure le dodici passate e non c’è nemmeno una sedia libera! Mi siedo pure a terra non me ne frega niente… ‘Sta materia quest’anno la devo dare per forza… Il professore si stava accomodando proprio in quel momento, quando mai all’università una lezione comincia in orario?! Le sessanta sedie erano tutte occupate, come accadeva sempre alle prime lezioni di qualsiasi materia, poi man mano che si andava avanti col programma avveniva una incomprensibile moria dei partecipanti. Gente che rinunciava alla materia, gente che rinunciava all’università, gente che,semplicemente, odiava il professore. Come una sorta di selezione naturale solo alcuni restavano a seguire le lezioni di tutto il semestre, pochi prescelti, pochi “highlander” . Guarda caso le stesse persone che poi all’esame passavano con buoni voti, ma all’università ci sono materie e materie, professori e professori, così come al mondo ci sono persone e persone. Luca si guardò intorno. Non c’era un posto libero, così a malincuore si mise a sedere a terra, schiena contro il muro, in un piccolo spazio tra una ragazza e un ragazzo. Il professore cominciò la sua dissertazione sui dittonghi, Luca non voleva farsi scappare una virgola e voleva appuntare tutto ciò che diceva il prof. Tirò fuori dalla borsa il quaderno e… Minchia! Ho scordato la penna…E ora?! Luca guardò alla sua destra. C’era seduto un ragazzo lentigginoso, coi capelli rossi ‘rasta’, un libro tra le gambe e nessun blocchetto di appunti…. Si vabbè va…questo tra poco si addormenta appoggiato al muro! Guardò alla sua sinistra. Una ragazza coi capelli castani e le guanciotte rosse, stava scrivendo, con perfetta grafia e diligente attenzione, buona parte di ciò che il professore diceva. Sicuramente ce l’avrà una penna di riserva lei, mi sa un po’ di secchiona… Luca la guardò un istante e poi si intromise tra un rigo e l’altro. “Scusa avresti una penna in più?” Lei si bloccò, guardò Luca e frugò velocemente dentro la borsa. “Dovrei averla da qualche parte…Eccola!” Tirò fuori una biro nera e la porse cordialmente a Luca,che ringraziò. “Grazie, te la ridò dopo.” Lei rispose sottovoce e sorridendo. “Tranquillo.” La lezione filava via noiosamente e Luca, tra un rigo e l’altro, si distraeva guardando il cellulare. Tra uno sbadiglio e una frase sconnessa sul blocchetto di appunti gli arrivò un sms.
BUONGIORNO TESORO! DEVO DARTI UNA BELLA NOTIZIA…QUINDI STASERA CENI DA ME, UN BACIO.
Erano passati due giorni da quella frenetica notte d’amore e tutto sembrava andare bene. Pamela era stata diretta, ma poco chiara. Perché agli uomini corre un brivido lungo la schiena quando le donne dicono che devono darti una bella notizia? Forse perché quasi sempre ciò che per la donna è una bella notizia per l’uomo è una semi catastrofe?…O è semplicemente un fatto genetico?… Cioè le donne hanno la capacità intrinseca di rendere la vita maschile più eccitante, più movimentata, insomma…più corta! Luca smise di prendere appunti e la sua testa cominciò a vagare, a ipotizzare quale potesse essere questa lieta novella. Una bella notizia! Cosa può essere?!… Si è innamorata di me?!…Sì, magari! Quella sarebbe categoria “miracoli” non “belle notizie”… Vuole fare una vacanza insieme a me?! Ma non è da Pamela pensarci in ottobre per partire a giugno…No! Cosa può essere allora?! E’ incinta?! No, no, no,no…Con dei genitori come noi di certo non sarebbe una bella notizia per il bambino…E poi è impossibile! Ha fatto pace con sua madre?! Si, e il buco nell’ozono si è tappato da solo…No, no! Mentre Luca si scervellava inutilmente, la lezione stava per finire e molti ragazzi cominciavano a sgombrare l’aula. Luca si girò verso la ragazza della biro: non c’era più. Lui non si era nemmeno accorto che fosse andata via. La cercò per un attimo con lo sguardo ma niente, era già fuori.
Vito era seduto alla scrivania, parlava al telefono. Il suo pc era acceso e collegato ad uno di quei siti porno che, ogni tanto nelle ore di pausa, il quarantaduenne, agente pubblicitario single, visitava. Lavorava in pubblicità da vent’anni, si intendeva un po’ di grafica, sapeva qualche trucchetto da copy writer, ma soprattutto conosceva “molta gente” come definiva lui gli agganci con i clienti maggiori. La sua vita era quell’agenzia, le partite a poker, gli strip club e la sua Ducati multi-strada, che lo faceva sentire ancora attaccato a quella giovinezza che il tempo gli aveva rubato. Era brizzolato, capigliatura folta e un po’ di pancia che la sua statura leggermente al di sopra della media nascondeva, così da non farlo sembrare grasso. Camicia, jeans, Hogan di cui era accanito collezionista, e occhiali da sole perennemente inforcati. “Non ti preoccupare, lo sai come lavoriamo noi…Stai tranquillo!” Le prime parole che Luca sentì entrando in ufficio quel pomeriggio, erano le stesse che Vito diceva al telefono quando stava per prendere un lavoro di una certa importanza. Così era infatti. Vito mise giù il telefono, si sfregò le mani, guardò Luca e, senza nemmeno salutarlo, cominciò come al solito a riempirsi la bocca. “Minchia! Stavolta abbiamo cose grosse per le mani…” Luca lo guardò e rimase zitto, aspettando il prevedibile e consueto seguito. Abbiamo sempre cose grosse per le mani secondo te, Vito… Pure quando abbiamo fatto fare gratis 500 volantini per l’agenzia di viaggi di tuo fratello…cos’è che era?! Ah sì.. 5 giorni ad Oslo in pieno periodo natalizio…Ma che cazzo di vacanza era?! La gente va ai Caraibi per Natale e noi la volevamo mandare tra renne, muschi, licheni e freddo? Ma va a cagare con ‘sti lavori grossi!… Vito proseguì e Luca sapeva già che non avrebbe finito molto presto. “Allora…Parco Commerciale…Nuovo, deve ancora aprire… Bisogna organizzare cartellonistica, volantino celebrativo con offerte, messaggio radiofonico sulle tre radio locali principali…Mi raccomando il messaggio! Deve essere divertente, e bisogna dare un’immagine di familiarità, di cordialità, di serenità, deve rassicurare il cliente che fa acquisti lì al centro commerciale….Intesi?” Cazzo…Stavolta era proprio grosso il lavoro! In due anni e mezzo non era mai capitato un lavoro del genere…Mi sento male! “Ok, Vito…! Ma dov’è Fabio?…La grafica e il testo dobbiamo concordarla assieme.” Vito si voltò e parlò tutto d’un fiato mentre prendeva casco e giubbotto. “Abbiamo litigato! Voleva l’aumento…Per quei quattro scarabocchi che fa al computer…” Luca lo guardò storto. “Minchia! Vito…Almeno lui quei quattro scarabocchi li sa fare. Noi due che cazzo facciamo senza grafico ora?” “Tornerà, tranquillo…Tornerà. Ci vediamo dopo.” “Aspetta Vito! Io dopo ho lezione…quindi ci vediamo domattina,e farò tutta la giornata ok?” “…Va bene…Ma prendi un appunto di quello che ho detto e butta giù qualche idea per lo slogan…Io vado a chiedere una consulenza..Ciao!” Vito aprì la pesante porta di legno ed uscì. Luca sprofondò nella sedia della propria scrivania. Davanti a lui vi era un inferno di post-it di vario colore, genere, data e provenienza. Il computer era perennemente acceso e come sfondo sul desktop c’era una foto di Monica Bellucci. Tra i vari file di lavoro, una cartella a parte denominata “Luca: personale” dove c’erano le decine di file che Luca cominciava e che, per un motivo o per un altro, non completava mai. Tutto a metà. A metà come la sua vita. Fissò per un bel po’ quella cartella, con la freccetta del mouse pronta a cliccarci su. Poi decise. “No…Mettiamoci a lavoro.” Abbandonò l’idea, prese il pennarello, si diresse verso la lavagna e scrisse i punti principali della campagna che Vito, poco prima, gli aveva fornito. Guardò la sua grafia nervosa ma comprensibile a chi la conosceva da due anni e pensò a tutto quel gran lavoro. “Tornerà” dice lui! Ma speriamo che Fabio torni se no davvero siamo nei casini…Chissà Vito come cazzo avrà fatto a farsi dare ‘sta campagna! E’ un bel lavorone e se riusciamo a farlo tutto, ci scappa pure un bell’incentivo questo mese…Addio lezioni di linguistica però! Non posso seguirle più…
La sera calava su Catania e i suoi palazzi vecchi e nuovi. Le luci cominciavano ad accendersi, ingorghi di auto di ritorno a casa dopo il lavoro, autobus tanto affollati che sembravano scoppiare per quanto pieni. La lezione di tecniche cinematografiche stava per iniziare. Il cortile della facoltà era quasi buio e le poche luci che lo illuminavano rendevano più suggestivo quel vecchio monastero. Manuela era seduta a metà aula, stavolta il posto a sedere l’aveva trovato, anche perché una lezione alle 18.30 non allettava tanta gente. Luca aveva fatto i salti mortali per arrivare in tempo dall’ufficio alla facoltà. Era una materia che non aveva mai seguito e lo incuriosiva, non voleva perdersela per nessun motivo. Entrò in aula, il prof stava discutendo con un ragazzo nelle prime file e non aveva ancora iniziato. Si guardò attorno, riconobbe la ragazza della biro di quella mattina, vide il posto libero accanto a lei e si avvicinò. “Scusami, ciao…E’ occupato?” Manuela sorrise riconoscendolo, e nel rispondere fece pure un cenno con la testa. “No! E’ libero…” La ragazza tolse la borsa dalla sedia e Luca le si accomodò accanto. “Così a fine lezione ti ritorno pure la penna…” “Beh…la puoi pure tenere tranquillo!” “No, no..se fosse la mia io la vorrei tornata,eh!” Manuela rise, Luca la guardò. Il fischio assordante, che il microfono del professore fece nell’accendersi, si intromise tra loro. Il docente cominciò ad illustrare il programma incentrato sul cinema belga, sulle tecniche più innovative di fare cinema, sul linguaggio delle immagini. Manuela scriveva composta, per nulla affaticata, era abituata a prendere appunti, ma ad un certo punto si bloccò. Guardò la punta della penna, provò a continuare a scrivere. Niente, era morta. Non c’era più inchiostro. Luca, che aveva visto tutta la scena, le diede la sua. “Tieni..” “No e tu? Come fai?” “Ma questa è tua…hai diritto tu di scrivere!” “Ma no dai…prendo la matita!” “No! tieni la tua penna!…” “Ok, se insisti…Oggi è proprio la giornata delle penne!” Luca porgendole la penna buttò lì una battuta. “Sarà contento il signor Bic..” “Già!..Comunque al limite poi ti faccio copiare gli appunti…” “Ok, grazie…anche perché fare il contrario, vista la mia calligrafia, mi sembra un po’ più difficile…” Manuela si sporse per sbirciare nel quaderno di Luca e commentò con un sorriso. “In effetti…” Luca la guardò, scosse la testa sorridendo e rivolse la sua attenzione verso il professore.
January 20 Capitolo 3
3. Una serata come tante
Gli occhiali del professore erano quadrati,di colore marrone, decisamente antiquati e dovevano pesare molto perché i vetri erano abbastanza spessi. Luca li osservava in piedi mentre ascoltava distrattamente, con un mazzo di fotocopie tra le mani, la voce cantilenante della ragazza che lo precedeva all’esame, che rispondeva all’ultima domanda del professore. In certi casi, per scaricare la tensione, Luca aveva l’abitudine di concentrarsi sulle cose più inutili e stupide che lo circondavano. Gli occhiali del professore… La sedia dell’esame… Gli aloni di sudore sulla maglietta di quel ragazzo… Il professore prese il libretto della studentessa. Luca cominciò a sentire il rumoroso galoppo del suo cuore. Non so un cazzo… Non so un cazzo… Non so un cazzo… Era talmente vicino al scrivania del prof, che ebbe paura che il battito impazzito del suo organo cardiaco potesse disturbare l’esame. Frugò nervosamente nella borsa senza un apparente motivo. Se volete lo faccio smettere subito. Che ci vuole?! Dove ho messo la pistola stamattina?! Il professore alzò occhi e occhiali verso la studentessa che aspettava impazientemente il voto. “Trenta, signorina.” Luca sentì salirgli un conato di vomito al pronunciar di quel numero.No! ‘Sto cazzo di numero mi perseguita…Almeno sono sicuro di una cosa: a me non lo metterà di certo…Mi boccia, già lo so!
Era un burbero,antiquato e lunatico professore di musica. Adorava “La Traviata” e “La Boheme” e chiedeva, a tutti, Debussy. Luca sapeva i punti deboli del suo avversario. Si era preparato, si era informato. Lo avrebbe fregato come Clint Eastwood nel duello finale di “Per un pugno di dollari”, anche se lui non aveva mai visto quel film. Aveva l’asso nella manica, anche se lui odiava giocare a poker. Ormai erano lì: uno di fronte all’altro! Il professore che guardava, dai suoi enormi e antiquati occhiali marroni, nei Vogue di Luca. “Mi parli…mi parli….mi parli dei Queen!” Luca rimase per un attimo interdetto, prima di rispondere. Dei Queen?! Cioè l’Opera,la Traviata, La Boheme… Le buttiamo nel cesso?! Sia lodato Freddy Mercury!!!…
La JVC da dentro la Punto suonava “We are the champions”. L’esame era andato e Luca, per festeggiare, aveva messo su il cd dei suoi inconsapevoli benefattori. Le sonorità all’avanguardia, l’innovazione, la mescolanza di stili e generi che contraddistinguevano quel gruppo e la sregolatezza del genio di Freddy non bastarono però al professore, che in tema di genio tirò fuori l’argomento Debussy… Cazzo però! Se mi ricordavo quella minchiata…Però ventisette non è male… Lo squillo del cellulare interruppe il suo auto-elogio mentale. Afferrò il telefonino dal sedile del passeggero con la destra, avviò la comunicazione e rispose mentre con la mano preferita,la sinistra, teneva saldamente il volante. “Pronto?” La voce sarcastica di Rosi era più squillante del solito quel giorno. “Ciao scemo…Ti hanno bocciato o hai preso il diciotto che il professore, per compassione, ti ha dato?” “Donna di poca fede! Ti dico solo una cifra: ventisette!” “Si vabbé…Davvero?” “Giuro sul bene che ti voglio”. “Ah! Allora non ci credo per niente…” “Che stronza! Oggi non mi arrabbio tanto,perché sono troppo contento del mio v-e-n-t-i-s-e-t-t-e!!!” “Mannaggia! Devo inventarmi qualcosa entro stasera per farti incazzare allora…Solito posto alle nove e mezza?” “Ok! Avvisi tu Mirko? Io sto scappando a lavoro!” “Beh..chiamiamolo lavoro! Comunque avviso io quel martire che vive con te…Ah! Luca, dimenticavo…” “Cosa?! Dimmi…” “Bravo! Sono contenta del tuo ventisette…A stasera” Luca sorrise. “Grazie…Ciao! Un bacio.”
Luce soffusa, musica di genere inclassificabile ma carina, arredamento tipicamente country e sempre la stessa gente che veniva dentro e consumava. Tre ragazzi un po’ “cannati” seduti ad un tavolo, due coppie con quattro birre sedute ad un altro. Luca, boccale di birra davanti, aspettava i suoi amici al bancone. Lo sguardo chino e stanco gli si bloccò sull’interno del boccale e sul moto impazzito delle minuscole bollicine di birra alla spina. Minchia quei due sono più ritardatari di me! E ce ne vuole… Pam chissà che sta facendo?! …La vorrei qui stasera, accanto a me… A festeggiare il mio ventisette!…Le chiamo adesso?! Si.. No,invece! Magari starà lavorando alla tesi… O forse è ancora al bar… Le chiamo: le dico del mio ventisette… che ho voglia di vederla… Che mi ha fatto piacere il bigliettino sul parabrezza…che la vorrei con me… No! No,no…Le chiamo più tardi,quando sarò solo… Non mi va di dividerla con gli sguardi degli altri… Poi magari viene qui…col suo sorriso e la sua solarità… E quei tre seduti lì la guarderebbero…ne sono sicuro! Non si può non guardarla… Ma cosa cazzo dico?!… Forse sono pazzo…Pazzo di lei… Rosi e Mirko fecero all’unisono un silenzioso ingresso in scena. Mirko lo squadrò un istante prima di parlare. “Hey..Uomo solitario! Che pensi?” Luca si voltò verso di lui, scosse la testa in segno di risposta, salutò con due baci sulle guance Rosi, poi prese la sua birra, si alzò e si diresse al loro solito tavolo. Rosi, nel seguirlo, non risparmiò il suo puntuale sarcasmo. “Mi! Contento per il ventisette eh?! Non urlare di gioia così, se no ci cacciano vedi…” Mirko rise e accomodandosi a fianco all’amica e di fronte a Luca, disse la sua. “Ho capito! L’aver passato l’esame ti ha causato uno shock e hai perso la parola…Aspetta! Ti do un tovagliolino così almeno scrivi e comunichiamo!” Luca lo guardò serio. “Sai dove puoi mettertelo il tovagliolino?!…” Mirko si voltò verso Rosi. “Lo preferivo da muto, sai?!” Rosi ridacchiò come sempre durante le schermaglie verbali fra quei due. Poi si fece seria. “Che hai?!…Seriamente.” Luca non guardava mai nessuno negli occhi. Quella volta per un solo istante guardò i suoi grandi occhi verdi prima di risponderle. “Credo di essermi innamorato…” Mirko si portò la mano alla fronte. “Ecco! Lo sapevo io che quella ragazza ti avrebbe stregato…” Rosi lo zittì con una piccola manata sul braccio e, senza distogliere lo sguardo dal viso di Luca, seguitò a parlare. “Lei lo sa?”. “No! E non ho intenzione di dirle nulla…Scapperebbe, la conosco.” La cameriera arrivò puntuale per la felicità di Mirko, il cui sguardo si soffermò sul suo non abbondante ma comunque vistoso decolté che non poteva fare a meno di mettere in mostra nel porgere i tre menù. Rosi alzò gli occhi al cielo scuotendo la testa nel vedere l’amico inebetito davanti ad un paio di tette, poi aprì il menù e si perse distrattamente nella lettura di cocktails e panini vari. Cioè io non lo so! Uno sbava come un sanbernardo se avvista un paio di tette…Pensa ad un amore impossibile, e allo stesso tempo desidera ardentemente una sua collega universitaria…L’altro è una contraddizione vivente! Si innamora di ragazze che lo fanno puntualmente soffrire…Un momento prima è insopportabile e superficiale,mentre subito dopo è dolce e gentile….Fa il buffone ma in realtà è timido da morire…Ha talento nella scrittura ma continua a scrivere testi per volantini pubblicitari da quattro soldi…Potrebbe laurearsi in poco tempo con un po’ più di impegno e invece frequenta l’università per hobby… Ma che ho fatto di male per meritarmi due così?! Luca scosse l’amica dai suoi arrovellamenti mentali. “Rosi?…Che pensi?” “Ehm…Cosa?! No, niente…Pensavo a quando ti sveglierai!” “In che senso scusa?” Rosi poggiò rumorosamente il menù sul tavolo e cominciò una delle sue convinte e nervose “arringhe”. “Luca cioè hai ventitre anni…Ti vai ad innamorare di una ragazza che ti ha detto chiaro e tondo che non vuole storie serie…Continui a lavorare in quell’agenzia dove da anni scrivi gli stessi annunci per i soliti quattro clienti…All’università bazzichi come se fossi un bambino alla villa Bellini…Ti dai un esame ogni sei mesi….” Luca interruppe bruscamente Rosi, alzando un tantino la voce. “…Hai dimenticato di dirmi che non mi lavo i denti prima di andare a dormire e che torno sempre con le ginocchia sbucciate…Mamma!” Mirko, stupito quanto bastava, guardò in silenzio l’animata discussione. Rosi spazientita, appoggiò le spalle allo schienale della sedia. “Se vabbé va…Buona cena, Luca!” “Minchia Rosi…Non puoi farmi la predica una volta al mese!” “Scusami se ti sono amica…” “Vabbé va! Fa pure l’offesa…Buona cena, Rosi!”. Mirko, una volta assicuratosi che la battaglia si fosse conclusa senza morti, chiamò la cameriera. “Scusa? Possiamo ordinare?”.
La Panda grigia sfrecciava veloce in una circonvallazione stranamente poco trafficata di venerdì sera. Mirko guidava silenzioso, mano destra sul cambio, la sinistra sul volante, gli occhi fissi sulla strada. Rosi accanto a lui, visibilmente contrariata, non aveva voglia né di parlare né di pensare. La radio suonava Battisti.
“Credevo che l’azzurro dei tuoi occhi per me, fosse sempre cielo e non è.. fosse sempre cielo e non è. Posso stringerti le mani?… Come sono fredde, tu tremi… No,non sto sbagliando mi ami… Dimmi che è vero!… Dimmi che è vero!…”
Rosi abbassò il volume, ruppe il silenzio. “Tu come fai a viverci?…A me da su i nervi…Si comporta come un bambino! Non ascolta né consigli, né niente…E’ assurdo!” “Beh sai…” Rosi non sentì nemmeno l’accenno di replica di Mirko e proseguì nel suo incedere di parole come un carro-armato. “…Non mi dire, niente!…Tanto so già che lo difenderai, in fondo pure tu sei come lui no?! Incoerente al massimo…” “Scusa! Io che c’entr…” “Anche tu sei innamorato di una che ti ha fatto solo soffrire…Hai cambiato facoltà per stare vicino ad un’altra ragazza che desideri da mesi e che solo adesso si sta accorgendo di te ma tu pensi ancora all’altra e non ti decidi…Sei tutte le sere ad allenarti con l’arco, così eviti di pensare…” Mirko frenò di colpo e troncò le parole di fuoco di un’inferocita Rosi. “Cazzo, Rosi calmati!” Lei si ammutolì. Lui accostò, spense il motore e si girò per guardarla in faccia. “Minchia! Credevo di doverti abbattere per farti smettere…Che cos’hai?!” Rosi sembrò una di quelle bambine che rimproverate stanno col visino in giù e parlano a mezza voce. “Non lo so..Scusa…Non so che mi sia preso!” “Ti sei calmata?” “Si.” Mirko avviò il motore e si diresse verso casa di Rosi. Non voleva parlare né di ciò che Rosi aveva detto di Luca, né tanto meno di ciò che aveva detto di lui. Voleva solo tornare a casa. Nel salutarla fece un mezzo sorriso. “Ehi…Mi raccomando: camomilla e subito a letto! Capito?” Rosi lo guardò, lo abbracciò e mormorò una delle belle frasi che le apparteneva. “Scusami. Ti voglio bene e non meritavi un attacco del genere…Non sono nessuno per giudicare la tua vita…” “Non è vero! Sei la mia migliore amica e forse su molte cose hai ragione… Solo che non è facile né per me ,né per qualcun altro…Capisci?” “Lo so…Notte!” “Notte, Ro’…” La sua sagoma sparì dietro il portone verde, seguita dallo sguardo di uno stanco e malinconico Mirko.
“Scusa! Credevo proprio che fossi sola… Credevo non ci fosse nessuno con te, oh scusami tanto se puoi… Signore chiedo scusa anche a lei ma… Io ero proprio fuori di me…Sì, io ero proprio fuori di me quando dicevo: Posso stringerti le mani?…..”
Quel cd e i tanti pensieri accompagnavano Mirko verso casa. Rosi ha ragione…Su Luca, su di me…Sul fatto che rincorriamo storie impossibili! Amo Valentina che fa una vita che odio..… Elisa a distanza di mesi mi cerca…mi vuole! Che casino!… Basta! Mi sono rotto di incasinarmi la vita…
“…No, non sto sbagliando mi ami… Dimmi che è vero? “
Sorpresa e indispettita la voce di Pamela rispose al cellulare. “Pronto?” Luca fu calmo, controllato, non lasciò trasparire l’immensa voglia di vederla. “Sono qui sotto. Posso salire?” “E’ l’una di notte!…Comunque…oramai sali.” Luca chiuse, ripose il cellulare nella tasca sinistra dei jeans, attese lo scatto del vecchio portoncino di ferro ed entrò. Fece a piedi le poche rampe fino al secondo piano. Era ancora seccato per la discussione con Rosi, non si erano nemmeno salutati dopo il pub. Lui si era fiondato in macchina e aveva lasciato l’amica alle cure di Mirko. Non gli andava di pensare a lei adesso. Adesso aveva bisogno degli occhi di Pamela, del suo viso, della sua voce e del suo profumo. Nient’altro! La porta dell’appartamento era aperta, entrò senza dir nulla, era di casa e i convenevoli tra lui e Pamela non c’erano mai stati. La diversità tra l’interno del habitat di Pamela e il resto dell’antico palazzo che la ospitava, era destinata a lasciare senza parole chiunque l’avesse notata per la prima volta. Fuori le scale cadevano a pezzi, mentre in casa il parquet regnava sovrano nell’immenso salone ricavato dall’abbattimento di due pareti. Tra puff colorati e un enorme divano fucsia, l’oriente la faceva da padrone: soprammobili tunisini, elefanti di legno, sedie orientaleggianti ecc… Uno degli ex di Pamela era un arredatore e non doveva poi essere stato così difficile trasformare quella vecchia casa nel loft in cui lei sognava da sempre di vivere. Il palazzo della piccola traversa di via Umberto, era antico e apparteneva da sempre alla nonna di Pamela, la quale un paio di anni prima se ne era andata lasciandole quel palazzo e quella casa. Pamela era l’unica nipote che lì ci fosse cresciuta, amava tremendamente quello scorcio di Catania come amava, ricambiata, sua nonna. Luca si avvicinò al divano, lei era seduta lì: spalle alla porta, ginocchia incrociate, pc portatile davanti, matita tra i capelli per tenerli su, occhialini rosa piccoli e sottili fatti apposta per lei, top nero che si intravedeva dal largo maglione e jeans. Lui sapeva già che era un po’ incazzata e che non lo avrebbe calcolato per niente, fingendo di digitare sulla tastiera. Si fermò dietro di lei, e la guardò scrivere. L’avrebbe guardata per ore se non si fosse girata, quasi come se fosse stata bruciata dallo sguardo di lui. “Ohi…Ciao! Non hai niente da dire? Nemmeno saluti?” Luca non disse una parola. Si fece serio in viso e si avvicinò a lei deciso. Abbassò la testa, la guardò negli occhi e scaricò la sua passione in un bacio. Un bacio lungo, dolce. Un bacio che li fece perdere e ritrovarsi. Senza staccar le labbra dalle sue, la prese in braccio e rapidamente la portò sul grande tavolo al centro del salone. I rispettivi occhiali erano già volati da qualche parte su un puff. Le sbottono e sfilò i jeans. Lei gli slacciò la cintura e sbottonò i suoi. Il top,il maglione e la camicia atterrarono su una sedia poco distante. Pamela si sdraiò sul tavolo e aprì le gambe . Luca cominciò a baciarla sul collo, poi scese. Assaporò i suoi seni, i suoi capezzoli… Baciò il suo addome piatto, poi scese… Sentiva fin dentro le narici l’odore della pelle abbronzata di lei. Le fece vibrare con la lingua il piercing sull’ombelico e scese ancora. Per un attimo i due incrociarono lo sguardo… Pamela chiuse gli occhi. Mordendosi il labbro inferiore, avvertiva la morsa delle mani di Luca come il più dolce dei dolori.
La luce filtrava appena dalle persiane dalla camera da letto. L’aria era ancora fredda, nonostante fossero già le sette del mattino e il Sole si fosse già alzato da un po’. Luca era già sveglio e appoggiato sul gomito sinistro la guardava dormire. Credo di amarti Pamela… Ma non posso dirtelo…Ti perderei. Pamela aprì gli occhi come se il suono di quei pensieri e dello sguardo di lui l’avessero svegliata. Luca, dalla notte prima, non le aveva ancora detto una parola. “Ciao…Il bigliettino è stato un gesto molto dolce. L’ho apprezzato!” Pamela lo guardò con occhi da cucciolo e sorrise maliziosamente. “Me ne sono accorta, eccome, che l’hai apprezzato…” Risero teneramente insieme, guardandosi come non si erano mai guardati prima.
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