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    January 30

    Capitolo 4

    4. Manuela 

     

     

     

     

     

     

     

    Il sole riscaldava quasi come ad agosto, nonostante l’autunno fosse arrivato già da un po’.

    Qualche temerario camminava ancora in T-shirt, seppur stando all’ombra un leggero venticello richiedesse  l’uso di un golfino.

    La facoltà di Lettere e Filosofia era strapiena: ragazzi nelle aule alle prese con le prime lezioni, segreteria studenti aperta per i ritardatari delle iscrizioni, gente con libri, cartellette, zaini e borse varie che girava per i chilometrici corridoi in cerca di uffici e aule. Fuori le panchine sotto gli ulivi, di fronte alle aule nuove, accoglievano ragazzi e ragazze…I-pod, zaini, libri, sigarette, fogli, volantini, cellulari…Un mix di voci confuse, colori, risate, odori si mischiava con l’aria, sotto l’azzurro cielo di quel giorno di ottobre.

    Manuela era seduta lì, su una panchina a metà tra l’ombra e il sole, rannicchiata, con le gambe portate al petto e un lettore mp3 in mano.

    Muoveva i piedi simultaneamente alla musica e pensando ai fatti suoi si guardava la punta delle Adidas.

    Capelli castani, carnagione bianca, occhi castani e profondissimi, guance con uno spontaneo colorito, labbra sottili e rosa, magra e di statura media.

    Era semplice Manuela, nel truccarsi così come nel vestire: scarpe da ginnastica, jeans, camicetta bianca e golfino viola.

    Era semplice come le cose che le piacevano: la musica italiana, la pizza, il cielo stellato, il mare quando la spiaggia è vuota e c’è silenzio, i film gialli, le storie a lieto fine, il rosa, Hello Kitty, l’aranciata, creare e cucirsi i vestiti, le margherite, il profumo di vaniglia, le montagne del suo paesino, Heidi il cartone, ma anche il soprannome che aveva da bambina…

    Era semplice come la sua famiglia: suo padre che lavorava per mantenerla lì a Catania, sua madre che aveva pianto la prima volta che la vide prendere il pullman e le sue sorelle che facevano a gara per parlarle quando telefonava a casa…      

    Era semplice Manuela. Semplicemente complicata.

    Il lettore mp3 passò alla canzone successiva. I  suoi occhi cambiarono di colpo espressione, le adidas non andarono più a tempo e i pensieri si fermarono nell’ascoltare quelle note…

     

    “Ricorderò e comunque anche se non vorrai,

    ti sposerò perché non te l’ho detto mai…

    Come fa male cercare, trovarti poco dopo

    E nell’ansia che ti perdo ti scatterò una foto……”

     

    Manuela spense di scatto il lettore. Guardò l’ora, afferrò la borsa di Hello Kitty e andò via, come se così facendo potesse lasciare lì su quella panchina ciò che quella canzone le aveva suscitato dentro.

    Erano quasi le dodici e stava per cominciare la lezione di linguistica.

     

     

    Luca entrò in aula trafelato, spazientito e un po’ incazzato.

    Minchia! Un’ora per trovare parcheggio…Sono pure le dodici passate e non c’è  nemmeno una sedia libera!

    Mi siedo pure a terra non me ne frega niente…

     ‘Sta materia quest’anno la devo dare per forza…

    Il professore si stava accomodando proprio in quel momento, quando mai all’università una lezione comincia in orario?! Le sessanta sedie erano tutte occupate, come accadeva sempre alle prime lezioni di qualsiasi materia, poi man mano che si andava avanti col programma avveniva una incomprensibile moria dei partecipanti. Gente che rinunciava alla materia, gente che rinunciava all’università, gente che,semplicemente, odiava il professore.

    Come una sorta di selezione naturale solo alcuni restavano a seguire le lezioni di tutto il semestre, pochi prescelti, pochi “highlander” .

    Guarda caso le stesse persone che poi all’esame passavano con buoni voti, ma all’università ci sono materie e materie, professori e professori, così come al mondo ci sono persone e persone.

    Luca si guardò intorno. Non c’era un posto libero, così a malincuore si mise a sedere a terra, schiena contro il muro, in un piccolo spazio tra una ragazza e un ragazzo.

    Il professore cominciò la sua dissertazione sui dittonghi, Luca non voleva farsi scappare una virgola e voleva appuntare tutto ciò che diceva il prof. Tirò fuori dalla borsa il quaderno e…

    Minchia! Ho scordato la penna…E ora?!

    Luca guardò alla sua destra. C’era seduto un ragazzo lentigginoso, coi capelli rossi ‘rasta’, un libro tra le gambe e nessun blocchetto di appunti….

    Si vabbè va…questo tra poco si addormenta appoggiato al muro!

    Guardò alla sua sinistra. Una ragazza coi capelli castani e le guanciotte rosse, stava scrivendo, con perfetta grafia e diligente attenzione, buona parte di ciò che il professore diceva.

    Sicuramente ce l’avrà una penna di riserva lei,

    mi sa un po’ di secchiona…

    Luca la guardò un istante e poi si intromise tra un rigo e l’altro.

    “Scusa avresti una penna in più?”

    Lei si bloccò, guardò Luca e frugò velocemente dentro la borsa.

    “Dovrei averla da qualche parte…Eccola!”

    Tirò fuori una biro nera e la porse cordialmente a Luca,che ringraziò.

    “Grazie, te la ridò dopo.”

    Lei rispose sottovoce e sorridendo.

    “Tranquillo.”

    La lezione filava via noiosamente e Luca, tra un rigo e l’altro, si distraeva guardando il cellulare. Tra uno sbadiglio e una frase sconnessa sul blocchetto di appunti gli arrivò un sms.

     

    BUONGIORNO TESORO! DEVO DARTI UNA BELLA NOTIZIA…QUINDI STASERA CENI DA ME, UN BACIO.

     

    Erano passati due giorni da quella frenetica notte d’amore e tutto sembrava andare bene.

    Pamela era stata diretta, ma poco chiara.

    Perché agli uomini corre un brivido lungo la schiena quando le donne dicono che devono darti una bella notizia? Forse perché quasi sempre ciò che per la donna è una bella notizia per l’uomo è una semi catastrofe?…O è semplicemente un fatto genetico?…

    Cioè le donne hanno la capacità intrinseca di rendere la vita maschile più eccitante, più movimentata, insomma…più corta!

    Luca smise di prendere appunti e la sua testa cominciò a vagare, a ipotizzare quale potesse essere questa lieta novella.

    Una bella notizia! Cosa può essere?!…

    Si è innamorata di me?!…Sì, magari! Quella sarebbe categoria “miracoli” non “belle notizie”…

    Vuole fare una vacanza insieme a me?! Ma non è da Pamela pensarci in ottobre per partire a giugno…No!

    Cosa può essere allora?!

    E’ incinta?! No, no, no,no…Con dei genitori come noi di certo non sarebbe una bella notizia per il bambino…E poi è impossibile!

    Ha fatto pace con sua madre?! Si, e il buco nell’ozono si è tappato da solo…No, no!

    Mentre Luca si scervellava inutilmente, la lezione stava per finire e molti ragazzi cominciavano a sgombrare l’aula.

    Luca si girò verso la ragazza della biro: non c’era più. 

    Lui non si era nemmeno accorto che fosse andata via.

    La cercò per un attimo con lo sguardo ma niente, era già fuori.

     

     

     

    Vito era seduto alla scrivania, parlava al telefono. Il suo pc era acceso e collegato ad uno di quei siti porno che, ogni tanto nelle ore di pausa, il quarantaduenne, agente pubblicitario single, visitava.

    Lavorava in pubblicità da vent’anni, si intendeva un po’ di grafica, sapeva qualche trucchetto da copy writer, ma soprattutto conosceva “molta gente” come definiva lui gli agganci con i clienti maggiori.

    La sua vita era quell’agenzia, le partite a poker, gli strip club e la sua Ducati multi-strada, che lo faceva sentire ancora attaccato a quella giovinezza che il tempo gli aveva rubato.

    Era brizzolato, capigliatura folta e un po’ di pancia che la sua statura leggermente al di sopra della media nascondeva, così da non  farlo sembrare grasso. Camicia,  jeans, Hogan di cui era accanito collezionista, e occhiali da sole perennemente inforcati.

    “Non ti preoccupare, lo sai come lavoriamo noi…Stai tranquillo!”

    Le prime parole che Luca sentì entrando in ufficio quel pomeriggio, erano le stesse che Vito diceva al telefono quando stava per prendere un lavoro di una certa importanza. Così era infatti.

    Vito mise giù il telefono, si sfregò le mani, guardò Luca e, senza nemmeno salutarlo, cominciò come al solito a riempirsi la bocca.

    “Minchia! Stavolta abbiamo cose grosse per le mani…”

    Luca lo guardò e rimase zitto, aspettando il prevedibile e consueto seguito.

    Abbiamo sempre cose grosse per le mani secondo te, Vito…

    Pure quando abbiamo fatto fare gratis 500 volantini per l’agenzia di viaggi di tuo fratello…cos’è che era?! Ah sì.. 5 giorni ad Oslo in pieno periodo natalizio…Ma che cazzo di vacanza era?! La gente va ai Caraibi per Natale e noi la volevamo mandare tra renne, muschi, licheni e freddo?

    Ma va a cagare con ‘sti lavori grossi!…

    Vito proseguì e Luca sapeva già che non avrebbe finito molto presto.

    “Allora…Parco Commerciale…Nuovo, deve ancora aprire…

    Bisogna organizzare cartellonistica, volantino celebrativo con offerte, messaggio radiofonico sulle tre radio locali principali…Mi raccomando il messaggio! Deve essere divertente, e bisogna dare un’immagine di familiarità, di cordialità, di serenità, deve rassicurare il cliente che fa acquisti lì al centro commerciale….Intesi?”

    Cazzo…Stavolta era proprio grosso il lavoro! In due anni  e mezzo non era mai capitato un lavoro del genere…Mi sento male!

    “Ok, Vito…! Ma dov’è Fabio?…La grafica e il testo dobbiamo concordarla assieme.”

    Vito si voltò e parlò tutto d’un fiato mentre prendeva casco e giubbotto.

    “Abbiamo litigato! Voleva l’aumento…Per quei quattro scarabocchi che fa al computer…”

    Luca lo guardò storto.

    “Minchia! Vito…Almeno lui quei quattro scarabocchi li sa fare.

    Noi due che cazzo facciamo senza grafico ora?”

    “Tornerà, tranquillo…Tornerà. Ci vediamo dopo.”

    “Aspetta Vito! Io dopo ho lezione…quindi ci vediamo domattina,e farò tutta la giornata ok?”

    “…Va bene…Ma prendi un appunto di quello che ho detto e butta giù qualche idea per lo slogan…Io vado a chiedere una consulenza..Ciao!”

    Vito aprì la pesante porta di legno ed uscì.

    Luca sprofondò nella sedia della propria scrivania.

    Davanti a lui vi era un inferno di post-it di vario colore, genere, data e provenienza. Il computer era perennemente acceso e come sfondo sul desktop c’era una foto di Monica Bellucci. Tra i vari file di lavoro, una cartella a parte denominata “Luca: personale” dove c’erano le decine di file che Luca cominciava e che, per un motivo o per un altro, non completava mai.

    Tutto a metà. A metà come la sua vita.

    Fissò per un bel po’ quella cartella, con la freccetta del mouse pronta a cliccarci su. Poi decise.

    “No…Mettiamoci a lavoro.”

    Abbandonò l’idea, prese il pennarello, si diresse verso la lavagna e scrisse i punti principali della campagna che Vito, poco prima, gli aveva fornito.

    Guardò la sua grafia nervosa ma comprensibile a chi la conosceva da due anni e pensò a tutto quel gran lavoro.  

     Tornerà” dice lui! Ma speriamo che Fabio torni se no davvero siamo nei casini…Chissà Vito come cazzo avrà fatto a farsi dare ‘sta campagna! E’ un bel lavorone e se riusciamo a farlo tutto, ci scappa pure un bell’incentivo questo mese…Addio lezioni di linguistica però! Non posso seguirle più…

      

     

     

    La sera calava su Catania e i suoi palazzi vecchi e nuovi. Le luci cominciavano ad accendersi, ingorghi di auto di ritorno a casa dopo il lavoro, autobus tanto affollati che sembravano scoppiare per quanto pieni.

    La lezione di tecniche cinematografiche stava per iniziare.

    Il cortile della facoltà era quasi buio e le poche luci che lo illuminavano rendevano più suggestivo quel vecchio monastero.

    Manuela era seduta a metà aula, stavolta il posto a sedere l’aveva trovato, anche perché  una lezione alle 18.30 non allettava tanta gente.

    Luca aveva fatto i salti mortali per arrivare in tempo dall’ufficio alla facoltà. Era una materia che non aveva mai seguito e lo incuriosiva, non voleva perdersela per nessun motivo.

    Entrò in aula, il prof stava discutendo con un ragazzo nelle prime file e non aveva ancora iniziato.

    Si guardò attorno, riconobbe la ragazza della biro di quella mattina, vide il posto libero accanto a lei e si avvicinò.

    “Scusami, ciao…E’ occupato?”

    Manuela sorrise riconoscendolo, e nel rispondere fece pure un cenno con la testa.

    “No! E’ libero…”

    La ragazza tolse la borsa dalla sedia e Luca le si accomodò accanto.

    “Così a fine lezione ti ritorno pure la penna…”

    “Beh…la puoi pure tenere tranquillo!”

    “No, no..se fosse la mia io la vorrei tornata,eh!”

    Manuela rise, Luca la guardò. Il fischio assordante, che il microfono del professore fece nell’accendersi, si intromise tra loro.

    Il docente cominciò ad illustrare il programma incentrato sul cinema belga, sulle tecniche più innovative di fare cinema, sul linguaggio delle immagini.

    Manuela scriveva composta, per nulla affaticata, era abituata a prendere appunti, ma ad un certo punto si bloccò. Guardò la punta della penna, provò a continuare a scrivere. Niente, era morta. Non c’era più inchiostro.

    Luca, che aveva visto tutta la scena, le diede la sua.

    “Tieni..”

    “No e tu? Come fai?”

    “Ma questa è tua…hai diritto tu di scrivere!”

    “Ma no dai…prendo la matita!”

    “No! tieni la tua penna!…”

    “Ok, se insisti…Oggi è proprio la giornata delle penne!”

    Luca porgendole la penna buttò lì una battuta.

    “Sarà contento il signor Bic..”

    “Già!..Comunque al limite poi ti faccio copiare gli appunti…”

    “Ok, grazie…anche perché fare il contrario, vista la mia calligrafia, mi sembra un po’ più difficile…”

    Manuela si sporse per sbirciare nel quaderno di Luca e commentò con un sorriso.

    “In effetti…”

    Luca la guardò, scosse la testa sorridendo e rivolse la sua attenzione verso il professore.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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