giuseppe's profile30 e lodeBlogGuestbook Tools Help

Blog


    February 08

    capitolo 5

    5. Cose che fanno male

     

     

     

     

     

     

     

    Pamela adagiò i piatti sulla tavola già pronta. Era stata brava,aveva fatto tutto alla perfezione: le posate ai lati del piatto,due bicchieri di cristallo,le candele al centro. Diplomata all’alberghiero con il massimo dei voti,aveva lavorato in molti ristoranti e sognava di fare la direttrice di sala.

    Un bel giorno però si iscrisse all’università e si rese conto che la psicologia l’affascinava molto. In poco tempo approfondì gli studi e in pochi anni era riuscita ad essere brillantemente prossima alla laurea.

    Era bella e intelligente,maledettamente bella.

    Pamela sapeva entrarti dentro e farti male con la medesima dolcezza.

    Ti conquistava col sorriso sottile e dolce delle sue labbra,le stesse con le quali pronunciava dardi infuocati diretti al cuore.

    Ti conquistava con la sua energia e la sua vitalità,la stessa con cui scagliava le sue dirette sentenze.

    Ti sapeva stare vicino e farti sentire importante con la stessa semplicità con la quale sapeva mancarti.

    Pamela sapeva far male,senza volerlo forse.

     

     

     

    Luca gli era davanti.

    Nel piatto i ravioli panna e i funghi,una bottiglia di vino rosso sul tavolo.

    Uno sguardo perso e una voce entusiasta di Pamela che parla.  

    “Ti rendi conto che occasione per me? E’ un posto che sogno da tempo…

    Potrò laurearmi e pagarmi la specializzazione così…poi Taormina è uno dei posti più belli che ci siano…”  

    Luca ascoltava. Non riusciva a dire niente,nemmeno una parola.

    Te ne vai Pamela?! E noi? Ah già non c’è mai stato un noi…

    Sono io il coglione che si va ad innamorare,ma dove si è mai visto un ragazzo sedotto e BIDONATO? Non sono le ragazze quelle sensibili che ci restano male,che vengono usate…

    E’ assurdo! Io sono assurdo…Vai Pam,vai è giusto così…

    Pamela sottolineò il silenzio di Luca.

    “Che c’è? Non sei contento?”

    “Sì…si,scusa…Sono stanco! Sono contento per te.”

    No,mi mancherai.

    Un sorriso di lei poco convinto cerca di consolare Luca.

    “Ci vedremo,lo stesso. Lo sai…”

    “Lo so…lo so…”

    Fare l’amore con lei quella sera avrebbe fatto male.

    Sarebbe stato come dire addio al suo profumo,alla sua pelle…

    Luca l’abbracciò,la baciò sulla fronte e andò via.

    Faceva male. Sarebbe passato prima o poi, ma adesso faceva tremendamente male.

     

     

     

     

    La freccia colse il bersaglio. Il centro era poco lontano.

    Nove.

    …Non bastano buoni tiri per vincere…

    Ne occorre uno solo perfetto…

    Le parole, che qualche anno fa un veterano del tiro con l’arco gli aveva detto, risuonavano nelle orecchie di Mirko ad ogni singolo tiro “buono”.

    Erano passate già due ore da quando aveva iniziato, ed era rimasto quasi solo lui ad allenarsi. L’arco counpondista era una passione che Mirko coltivava da qualche anno e lì dentro c’erano solo lui e il suo arco per mancini. Non esisteva nessun’altro per quelle tre ore.

    Niente Luca. Niente Rosi. Niente Elisa. Niente Valentina.

    Le gare sarebbero state tra poco più di un mese e lui si allenava tre ore tutti le sere. Non lo faceva per le gare, non aveva bisogno di quell’allenamento, ma questo lo sapevano solo lui e il suo arco.

    Lui era libero solo lì. Libero dai pensieri, libero dalle cose che fanno male. 

    Nello scoccare occorreva precisione, determinazione e forza.

    La stesse qualità che Mirko cercava di mettere nelle cose della vita.

    …Non bastano buoni tiri per vincere…

    Nella sua specialità Mirko era bravo.

    Il paglione, in quella categoria di arco, aveva una tabella con tre bersagli, ognuno dei quali raggiungeva come massimo punteggio dieci, cioè il centro del bersaglio e dintorni. Facendo tre centri perfetti, cosa che succedeva poche volte anche ai grandi campioni, si otteneva il massimo punteggio: trenta e lode.

    Altra freccia…

    Nove.

    …….Ne occorre uno solo perfetto.

    Mirko preparò la terza freccia. Puntò e alzò il grilletto.

    L’odore della cera sulle corde dell’arco gli saliva forte alle narici, ma non lo distraeva più come un tempo, nonostante lo nauseasse ancora.

    Lo sguardo era fermo sul paglione.

    Sulla tabella. Sul bersaglio. Sull’ultimo cerchio. Sul centro.

    Scoccò la freccia.

    Dieci.

    ..Cazzo! Nove, nove e dieci…Ventotto…

    Mica male..ma non basta!

    Poggiò l’arco a terra per un attimo. Prese la bottiglietta riposta in un angolo e bevve un sorso d’acqua. Andò verso il paglione, recuperò la sue frecce e ricominciò di nuovo, per l’ennesima volta quella sera.

    I tendini del polso sinistro cominciavano un po’ a fargli male, ma non era ora di smettere, non ancora.

    Impugnò l’arco, prese la freccia.

    Dove cazzo sei Vale?!

    Scoccò di nuovo. Sette.

    ‘Fanculo! Stai con quello adesso?! Potrebbe essere tuo padre…

    La rabbia cresceva. La concentrazione calava. Il tremore del polso aumentava.

    Altra freccia, secondo bersaglio.

    Nove.

    ‘Fanculo! Quel bastardo ti tocca, sta con te, ti respira…

    Dove cazzo sei?!

    Il polso cominciava a fare male. La rabbia era in ogni freccia, in ogni pensiero, in ogni muscolo del suo corpo.

    Terzo bersaglio. Terza freccia. Sette.

    ‘Fanculo, Vale! ‘Fanculo!

    ..Non voglio gli avanzi di nessuno io…

    …e tu sei solo uno di quegli avanzi, Vale…niente di più!

    La rabbia diventò collera. Verso di lei, verso sé stesso.

    Il polso bruciava ma lui, imperterrito, continuò.

    Quel dolore acuto e fitto, che gli impediva quasi di tenere l’arco in mano, era la morfina ideale che alleviava ben altri dolori.

    I dolori dell’anima. Amore, ossessione, gelosia, odio.

    Un solo nome, un solo viso e un solo corpo li racchiudeva tutti.

    Valentina.

     

     

     

     

    L’acqua in doccia non era ancora calda. Valentina non vi badò affatto, non le importava. Aprì il box ed entrò. Voleva farla subito quella doccia, voleva che lavasse via ogni cosa dal suo corpo, dalla sua mente, dai suoi occhi.

    Sapeva però che la sensazione di sporco, che ogni volta sentiva, non poteva sparire con una semplice doccia. Ogni maledetta volta la si sentiva come assuefatta da ciò che volontariamente subiva.

    Non voleva un giorno scoprirsi indifferente alla cinica routine di quell’uomo e dei suoi soldi, non voleva abituarsi ai falsi moralismi. Sapeva di sbagliare, agiva per interesse e si faceva schifo. 

    Valentina voleva che quello star male con sé stessa potesse darle la forza per andarsene via da quel mondo di perbenismo di facciata, per andare via da un uomo che non amava e che non l’amava, “comprandola” ogni volta che stava dentro di lei.

    Piangeva Valentina. Piangeva tutte le volte, lì in quella doccia.

    Lacrime ed acqua si mischiavano, si confondevano su un viso dai lineamenti dolci. Su un corpo da modella, snello ma fragile.

    Terribilmente fragile come la sua anima.

    I suoi capelli castani bagnati dall’acqua.

    I suoi occhi, castani e profondi, chiusi e pieni di paura di aprirli.

    Aveva ventidue anni Valentina, era di buona e ricca famiglia, frequentava brillantemente il corso di laurea in scienze farmaceutiche ed era andata a vivere con un amica perché troppo coccolata a casa. Questo almeno era tutto ciò che i suoi credevano.

    Aveva ventidue anni Valentina, era di buona e ricca famiglia, da circa un anno non dava più esami all’università, lavorava saltuariamente come modella e viveva da sei mesi nell’attico che un notaio, suo amante, le pagava.  

    Odiava l’odore di quell’uomo, odiava quelle mani mature che la toccavano, odiava le sua camicie e i suoi completi firmati.

    Odiava i suoi soldi, odiava quell’appartamento.

    Odiava lui e odiava sé stessa.

     

     

    Mirko parcheggiò. Era l’una di notte di un martedì sera qualsiasi.

    Il Corso Italia era semideserto, in lontananza qualche auto sfrecciava sfruttando  la larga e lunga sede stradale. Un leggero vento entrava nel suo giubbino di pelle, aperto sul davanti, e c’era aria di pioggia.

    Prima di citofonare, Mirko guardò il cielo: nuvole gonfie e nere non promettevano nulla di buono.

    Era lì. Di fronte a quel citofono ancora una volta.

    Poco dopo gli allenamenti aveva acceso il cellulare, stava caricando in macchina la custodia dell’arco quando gli arrivò quella telefonata.

    Era lei. La voce tremante di pianto.

    Le bastarono pochi minuti per strappargli la promessa che sarebbe andato a casa sua quella notte.

    Adesso. Subito.

    Adesso salgo e se la trovo strafatta  come quella volta la porto via con me!…

    Me ne fotto della privacy di quel bastardo! Dello scandalo!…

    Lo sputtano quel pezzo di merda!

    Citofonò ad un etichetta senza nome. Il portone si aprì, entrò e attese l’ascensore. Occorreva un po’ per raggiungere il nono piano, ma quel tragitto gli sembrò durare una vita. Il dolore al polso si era alleviato, ma adesso ne sentiva uno alla testa. Gli scoppiava,era come un martello che picchiava da dentro il suo cranio. Non sapeva cosa volesse Valentina da lui, ma sapeva come sarebbe finita se solo avesse provato a guardarla negli occhi.

    L’ascensore arrivò al piano, le porte si aprirono e lei era lì, sull’uscio di casa. Scalza e in sottoveste bianca, incurante del freddo.

    Mirko fece pochi passi e la guardò poco prima di entrare in casa.

    Era bellissima. Era una bellezza fredda, inconsapevole.

    Era bella senza avere l’aria di esserlo.

    “Ti muovi per favore?..Ho freddo.”

    Mirko accennò un sorriso. Aveva davanti una bambina che giocava a fare la donna. Entrò, mentre lei scansandosi per lasciarlo passare richiuse la porta senza dire nulla.

    Le pareti bianche rendevano ancora più freddo quell’ambiente ed erano tempestate di foto in bianco e nero che la ritraevano.

     Erano scatti da professionista e ce n’erano decine per tutta casa incorniciate come quadri. 

    Mirko si avvicinò ad una. Il viso di Valentina si vedeva benissimo,ed era immortalato in un’espressione che lui non conosceva, che non pensava le appartenesse. Era come se avesse gli occhi di vetro, privi di vita.

    Tu non sei così…. Tu sei la ragazza solare che ho conosciuto al bar dell’università, scontrandoci per caso…Sei quella che sotto la doccia non poteva fare a meno di cantare…Sei quella che mi ha gridato “ti amo” dall’ottovolante…

    Dove sei finita Vale?!…

    Valentina si accese una sigaretta e si rannicchiò sul divano di pelle nera.

    “Portala via, se vuoi.”

    Mirko si voltò con in mano la cornice.

    “Non si portano via le opere di un museo. Si ammirano!”

    Lei lo guardò aspettando il seguito. Mirko l’accontentò.

    “E lui che ha voluto queste foto per tutta casa?”

    Valentina buttò via il fumo dalla bocca e rispose.

    “E se anche fosse?!…A me piacciono.”

    Mirko si diresse verso il divano con la foto in mano e le si mise accanto.

    “Non è vero! Tu ti fai andare bene ciò che vuole lui…A te non piace vivere in questo museo dove lui ti ha messo! Non lo capisci? Tu sei sua proprietà…come queste foto…come questa casa piena di oggetti costosi.”

    Valentina si alzò senza dire nulla.

    Voleva fuggire da quella discussione. Una discussione che lei stessa aveva voluto e di cui sapeva avere bisogno.

    Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Pioveva.

    Restò a guardare le gocce che bagnavano il vetro mentre la sigaretta, tra le dita della mano destra, lentamente si consumava.

    Mirko le andò dietro silenziosamente, guardando la foto che stringeva in mano.

    “Cos’è questa espressione del viso qui?…che pensavi? Sembri senza vita.” 

    Lei si voltò di scattò, come se fosse stata svegliata all’improvviso.

    “Sei qui per chiedermi questo?!”

    “Mi hai chiamato tu piangendo! Che vuoi da me?”

    “Voglio te…”

    “Smettila di giocare,Vale…”

    “Pensi questo?!…Io non gioco, voglio te e basta!”

    “Mi hai lasciato sei mesi fa senza spiegazioni…Il mese scorso mi hai chiamato e sono venuto solo perché eri strafatta e quel bastardo ti aveva lasciata sola…Adesso che vuoi?”

    “Io ti amo Mirko…”

    “Troppo tardi…Poteva funzionare solo per quei sei mesi di sesso, dolcezze e risate…Poi infatti è finita!”

    Mirko poggiò la foto sul tavolo e si voltò verso la porta.

    Valentina lo fermò con le sue parole.

    “Io ti amo e pure tu mi ami…Non saresti qui se no!”

    Mirko non si voltò e mentì amaramente.

    “Sono qui solo perché non volevo avere una morta di overdose sulla coscienza…”

    Valentina, spegnendo la sigaretta nel posacenere, sentenziò.

    “Non la prendo più quella roba…E’ stato solo per quella volta!”

    “Buon per te! Ciao…”

    Mirko fece tre passi in direzione della porta. Valentina gli si parò davanti, si gettò tra le sue braccia e cercò le sue labbra.

    “Ho voglia di te…Non andartene stanotte!”

    Mirko scansandola scosse la testa.

    “E’ così che fai con lui? Lo ringrazi per averti regalato un anello nuovo buttandoti tra le sue braccia?”

    “ Mi vedi così?…Come una troia?”

    Mirko non disse nulla. La guardò ancora, e ancora.

    Lei gli si avvicinò nuovamente e lo provocò.

    “Non dici niente?…Sono una troia, sì! Non vuoi scoparmi, Mirko?…Una volta ti piaceva farmi gridare…Scopami! Scopami!”

    Mirko la scansò e la fece cadere sul divano. Valentina continuò a pugnalarlo con le parole.

    “Cos’è non ti piaccio più?…Sono una puttana no? Non è quello che pensi? Allora scopami, Mirko…Scopami come fa lui…senza cuore, senza voglia…sbattimi come  fossi un oggetto…”

    Un rumore sordo la interruppe.

    Mirko diede un pugno alla porta, procurandosi un taglio alla nocca.

    Poi esplose.

    “Cazzo! Vale…Voi questo? Vuoi che ti scopi?…”

    Tutto avvenne in un flash.

    Mirko tolse il giubbotto, lo gettò a terra e, nell’avvicinarsi al divano, slacciò la cintura dei jeans. Valentina rimase zitta, lui l’afferro per un braccio e la mise in ginocchio a terra, con la faccia contro la superficie del tavolino, si inginocchiò a sua volta, le alzò la sottoveste e la prese con rabbia.

    Vuoi essere scopata Vale?…

    Eccoti accontentata…

    Sei diventata una puttana…Da scopare e gettare via…

    Il coglione sono io che ancora ti ama…

    Valentina gemeva tra dolore e piacere.  

    Mirko, investito dai quei pensieri, la lasciò subito.

    Che cazzo sto facendo?!

    Si rialzò e si rivestì in fretta.

    “Lasciami stare, Vale…Non provare mai più a provocarmi! Mai!”

    Afferrò il giubbotto da terra e aprì la porta.

    Valentina rimase zitta in ginocchio ad osservarlo.

    La porta si richiuse,senza che nessuno fosse uscito.

    Mirko tornò sui suoi passi quando vide gli occhi di lei inondarsi di lacrime.

    La prese, la portò sul divano e con un tenerissimo gesto le tolse un ciuffo di capelli dagli occhi, poi le si mise accanto.

    Le alzò il viso per incontrare il suo sguardo. Occhi negli occhi.

    Non c’era più bisogno di parole.

    Valentina capì ciò che lui stentava ad ammettere pure a se stesso.

    Continuò a piangere poi, stringendosi a lui con tutta la forza di chi vuol sentirsi al sicuro, di chi ama e vuol sentirsi amata.   

     

     

    La sveglia del cellulare squillò alle sette in punto.

    Mirko afferrò il telefonino al volo e blocco l’infernale e sgradita sinfonia. Era rimasto sveglio tutta la notte sul divano, a vegliare il sonno della donna che amava.

    Quella notte Valentina non volle assolutamente dormire nel letto, in quel letto ancora disfatto dalla sera prima e che sapeva di quell’uomo.

    Mirko prese una coperta, lei gli si accovacciò sul torace e si addormentò. Dormì beatamente e al sicuro tutta la notte.

    Mirko non chiuse occhio e la guardò tutto il tempo.

    Uno sguardo senza fine.

    Lui aveva sempre vissuto la sua vita senza avere il minimo rimpianto, ma quella notte aveva capito che perdere quella ragazza, che gli dormiva addosso, sarebbe stata una di quelle cose che avrebbero fatto male.

    Quelle che lasciano le ferite aperte per un bel po’ di tempo.

    Quelle di cui non si vuole mai parlare e si fa di tutto per cambiare discorso. Quelle cose da cui si scappa, dopo averle tanto inseguite.

    Quelle cose che hanno a che fare col cuore, e che per questo fanno male.

    Valentina si svegliò. Non disse niente, fece solo una cosa: poggiò le sue labbra su quelle di Mirko, sfiorandole. Lui restò zitto e la guardò alzarsi e correre nell’altra stanza.

    Quando lei tornò in salotto, dopo la rapida doccia, trovò Mirko addormentato sul bracciolo del divano. Lo coprì e l’osservò per un po’.

    Valentina stava bene adesso. Stava bene nel guardare quel ragazzo che l’amava, che l’aveva sempre amata. Si era innamorata della sua simpatia, del suo ottimismo e del suo sdrammatizzare anche le cose più brutte. Si era innamorata della sua dolcezza, della sua faccia tosta.

    Poi arrivò quell’uomo e lei si perse in quelle promesse di celebrità, nella sofisticata ipocrisia della gente “per bene”, nel denaro facile, rinnegando un amore semplice e sincero. 

    Il trillo del cellulare, che annunciava l’arrivo di un sms, ebbe l’effetto di un tornado in quel romantico microcosmo che si era creato.

    Mirko si svegliò di colpo e Valentina smise di sognare nel guardarlo.

    Erano le sette e trenta, lui aveva lezione  alla facoltà di informatica quella mattina ed Elisa, con quel messaggio, non poté fare a meno di ricordarglielo affettuosamente.

    “Cazzo…Devo scappare!”

    “Perché?”

    Perché Elisa chiamandomi “tesoro” mi ha dato il buongiorno e mi ha detto che mi terrà il posto accanto a lei…

    “Ho lezione…”

    Valentina insistette.

    “Beh…Saltala per oggi…Stai con me, ti va?”

    Si, mi va…Da morire!

    “ehm…E’ una lezione importante, Vale…”

    Sono un idiota…

    Valentina, sedendosi al tavolo, non mollò.

    “Più importante di me?”

    Mado’ Vale, io voglio stare con te…ora, subito, adesso, sempre! Ma…

    “Dai però non fare la bambina ora…Parleremo, staremo assieme..ma adesso devo seguire questa lezione…”

     “Quando parleremo di noi?”

    …quando mi libererò di Elisa…

    “Di noi? Presto, promesso…”

    Mirko rimise il giubbotto. Recuperò chiavi e portafoglio dal tavolino, si avvicinò al tavolo prendendo la foto della notte prima e la poggiò accanto a Valentina.

    “Tienila tu questa…Io preferisco l’originale sorridente di adesso…”

    Valentina si alzò a piedi nudi sulla sedia in modo da essere più in alto di lui, si chinò e lo baciò.

    Poi rivolse gli occhi alla foto della sera prima.

    “C’era lui…”

    Mirko non la seguiva.

    “Cosa?…”

    “Il mio sguardo nella foto è così perché in quel momento c’era lui!”

    Mirko le prese la mano facendola scendere dalla sedia poi l’abbraccio forte sussurrandogli all’orecchio la frase più semplice di questo mondo.  

    ..Ti amo Valentina…

    “Ci sono io adesso…”  

     

     

     

     

        

     

     

    Comments (1)

    Please wait...
    Sorry, the comment you entered is too long. Please shorten it.
    You didn't enter anything. Please try again.
    Sorry, we can't add your comment right now. Please try again later.
    To add a comment, you need permission from your parent. Ask for permission
    Your parent has turned off comments.
    Sorry, we can't delete your comment right now. Please try again later.
    You've exceeded the maximum number of comments that can be left in one day. Please try again in 24 hours.
    Your account has had the ability to leave comments disabled because our systems indicate that you may be spamming other users. If you believe that your account has been disabled in error please contact Windows Live support.
    Complete the security check below to finish leaving your comment.
    The characters you type in the security check must match the characters in the picture or audio.

    To add a comment, sign in with your Windows Live ID (if you use Hotmail, Messenger, or Xbox LIVE, you have a Windows Live ID). Sign in


    Don't have a Windows Live ID? Sign up

    Igor Biondowrote:
    " Lui aveva sempre vissuto la sua vita senza avere il minimo rimpianto, ma quella notte aveva capito che perdere quella ragazza, che gli dormiva addosso, sarebbe stata una di quelle cose che avrebbero fatto male.

    Quelle che lasciano le ferite aperte per un bel po’ di tempo.

    Quelle di cui non si vuole mai parlare e si fa di tutto per cambiare discorso. Quelle cose da cui si scappa, dopo averle tanto inseguite.

    Quelle cose che hanno a che fare col cuore, e che per questo fanno male. "

    Non smetteranno mai di farci male ...
    Feb. 10

    Trackbacks

    The trackback URL for this entry is:
    http://writer84.spaces.live.com/blog/cns!93085F36D2B0DB58!157.trak
    Weblogs that reference this entry
    • None